Le premesse

Dal 21 novembre è arrivato in Italia Light of my life. Per chi avesse visto il trailer si capisce che il dramma è dietro l’angolo e che, nei drammi, Casey Affleck ci sguazza che è un piacere. Per l’occasione, il premio Oscar 2017 si traveste da factotum (attore, regista e sceneggiatore), accentrando su di sé buona parte della realizzazione del film. Light of mi life ha ricevuto le lodi di svariati giornali d’oltreoceano e pure qui da noi, già nel primo weekend, sta riscuotendo un discreto successo.

La trama

Rag, una ragazzina di undici anni, vive col padre in un mondo in cui il genere femminile è praticamente scomparso. Nel freddo inverno nordamericano i due protagonisti vengono avvicinati da personaggi più o meno inquietanti e trovare tutti i giorni un nascondiglio sicuro non è affatto scontato. Padre e figlia devono quindi muoversi rapidamente da un posto all’altro, vivendo di espedienti e cercando di passare inosservati tra strade desolate, boschi e case disabitate. L’obiettivo è raggiungere una stabilità che consentirebbe finalmente a Rag di non doversi più nascondere.

Una nuova distopia

Negli anni recenti abbiamo assistito a numerosi esempi di film distopici: Io sono leggenda con l’eroico Will Smith, 28 giorni dopo con la minaccia zombie, Ready Player One, ispirato al romanzo di Ernest Cline, lo spettacolare e a dir poco movimentato Mad Max: Fury Road oppure il fantapolitico V per Vendetta. Al netto di giudizi personali (positivi o negativi che siano), tutte le pellicole citate sono comunque connotate da personaggi ben definiti, cattivi di professione e risoluzione finale. Affleck invece presenta una distopia nella quale viene meno l’elemento fantascientifico e dove la conclusione risulta incerta: infatti lo spettatore resta come sospeso, in attesa di un colpo di scena che possa sovvertire l’andamento della storia, ma che in realtà non si palesa chiaramente.

Inoltre il numero di personaggi pare volutamente ridotto al minimo, così da permettere al pubblico di concentrarsi sul rapporto padre-figlia più che sul contorno distopico, funzionale ma non invadente. Forse, anche queste originali scelte narrative hanno permesso ad Affleck di ricevere critiche molto lusinghiere. Una nota (a mio parere leggermente stonata) ai dialoghi e ai racconti metaforici: forzatamente lunghi, rallentano molto lo svolgersi della trama, rischiando di tediare lo spettatore con risvolti poco interessanti.

Will Smith, dal film “Io sono Leggenda” (2007)
Convenzione o convinzione?

Nel 2010 le accuse di molestie rivolte a Casey Affleck hanno creato nel pubblico un’indignazione difficile da eliminare. Non sarebbe quindi troppo malizioso pensare che Affleck abbia sceneggiato e diretto un film in cui protegge una ragazzina dagli istinti primordiali degli uomini; guarda caso proprio quegli istinti che in passato l’hanno messo nei guai.

Sorge quindi un dubbio amletico: Affleck ha girato Light of my life per una genuina convinzione femminista o ha cavalcato per convenzione l’attuale ondata pro femminismo, magari ricercando una sorta di riabilitazione agli occhi del pubblico?

Alla platea l’ardua sentenza.