In questo momento sono sul treno per Parigi e sto vedendo dei paesaggi incredibili, mai visti, da cartolina. Prima abbiamo attraversato delle montagne innevate e dei boschi di alberi imperlati dal ghiaccio. Nevicava e la neve sulle rocce mi faceva pensare alle montagne di carta crespa del presepe o al pandoro quando è già ricoperto di zucchero a velo, le stesse grinze e rientranze ma una strana sensazione che le montagne fossero di spugna. Ogni tanto sbucava qualche villaggio in una vallata e per qualche secondo mi lasciava a bocca aperta: i tetti spioventi ricoperti di neve, alcuni panni stesi inspiegabilmente fuori dalle finestre colorate delle casette tutte bianche, immagini tanto belle che è possibile godersi solo quando si fa uno di quei viaggi lenti, in treno o su di un altro mezzo su ruote, e forse solo quando si viaggia soli.

Ora il treno procede verso terreni via via più bassi, e sembra che stiamo tornando in pianura. L’erba è ricoperta di neve e gli alberi sono spogli. Alcuni fiumicelli sono attraversati da piccoli ponti instabili di legno. Sembrano gelati, da lontano. Ogni tanto dal finestrino vedo qualche staccionata. Vedo mucche che cercano dell’erba da brucare… o forse fanno altro ma non ho la conoscenza adeguata per analizzare i comportamenti dei bovini su neve. Prima ho visto un mucchio enorme di gomme da strada per auto: era ricoperto e circondato da neve. Mi ha fatto pensare ad un bizzarro accostamento di dolci, tipo caramelle alla liquirizia con panna montata. Possibile che queste metafore alimentari che continuano a venirmi in mente derivino dal fatto che io stia morendo di fame, ma non ho certezze. Comunque questa mattina sono riuscita a mandare giù solo due caffè, e uno dei due era di quelli serviti sul treno e aveva un saporaccio di miscela scadente.
Mentre guardo fuori dal finestrino, mi viene in mente che per parecchi mesi non rivedrò la mia casa e la mia famiglia. Nemmeno il mio cane… Su questo treno le persone parlano una lingua diversa dalla mia e benché io riesca vagamente a capirle, mi sento come un piccolo buco nello stomaco ogni volta che loro parlano, perché realizzo che sto facendo davvero quello che sto facendo: andare a vivere altrove, seppure temporaneamente, iniziare da capo parlando una lingua diversa. Non c’è nulla di male naturalmente, eppure quella sensazione di vuoto che dura pochi istanti nel mio petto e poi scompare all’improvviso, sembra voglia accompagnarmi per tutto il viaggio.

Ripenso alle lacrime di mia madre, all’ultimo bacio del mio fidanzato, agli occhi lucidi, alla strabiliante bellezza di un viso quando lo guardi e non hai la certezza di rivederlo, mentre fuori dal finestrino scompare la neve. L’erba sta tornando verde e le case non sono più completamente bianche. Il paesaggio non è più candido e innevato. Ora ho davanti un tripudio di colori. Vedo macchine nei parcheggi e seggioline da esterno nei giardini privati. Inizio a pensare. Forse il momento più bello del viaggio è il viaggio stesso, il movimento, quando stai ancora arrivando alla meta ma non ci sei nemmeno vicino. Quello è il momento in cui puoi immaginare come sarà quello che troverai alla fine, puoi immaginarlo, ma non sai ancora pressoché nulla. È quel momento in cui la fantasia ha modo di sbizzarrirsi, impennarsi e travolgere. D’un tratto figuro nella mia testa i miei futuri coinquilini. Immagino la loro faccia quando scopriranno che mi sono portata dall’Italia un pacco di spaghetti. Penso a come sarà tutto familiare una volta che mi sarò ormai trasferita da mesi nella mia nuova casa in Francia. Svanisce la sensazione di vuoto nel petto.

So che rivedrò la mia famiglia fra molto tempo, so che sarà dura ma andrà tutto bene, la vita è lunga, ho ancora tempo per fare esperienze, sbagliare e rimediare. So che il mondo non si fermerà per me, ma so anche che qualcuno sarà comunque lì ad aspettarmi.

Faccio un respiro profondo. Sono pronta per questa nuova avventura.

Che meraviglia viaggiare!