Domingo de Rona era morto troppo giovane e troppo innamorato. I suoi occhi scuri come la pece si chiusero per sempre nella domenica di pasqua del 1548, ma l’ultima cosa che videro fu quanto amassero di più: Maragaret Joyce. Lei e Domingo de Rona si erano sposati solamente un anno prima e per entrambi fu il periodo più felice della loro vita. Si erano incontrati per caso, in un giorno freddo di primavera, a Galway. Margaret era seduta sul molo e lanciava sassi nel mare, allontanando dispiaceri e cattivi pensieri. Ogni tanto si fermava, e dalla sua borsetta di cuoio prendeva dei piccoli tozzi di pane, che regalava ai gabbiani affamati che accorrevano gridando intorno a lei. Margaret sorrideva, e i gabbiani garrivano, e le onde si scontravano contro gli scogli del molo creando perle argentate nell’aria tersa di aprile. Domingo de Rona era da poco approdato con la sua nave carica di stoffe spagnole, velluti, e seta pregiata. L’uomo, con il suo portamento fiero e asturiano, rimase ad osservare Margaret Joyce a qualche metro di distanza, con rispetto, e a differenza di chiunque altro che avrebbe fantasticato sul suo corpo nudo, Domingo De Rona iniziò a immaginarsi quella ragazza irlandese vestita di stoffe pregiate. Gli pareva di avere davanti a sé un quadro di incredibile bellezza, di vernice fresca, e non aveva alcuna intenzione di rovinarne la composizione, perciò rimase in disparte per alcuni minuti.

Fu Margaret, però, a voltarsi, quando un gabbiano più avido degli altri prese il volo verso est con una pagnottella intera ben stretta nel suo becco. I suoi occhi irlandesi, verdi come i prati di Galway, si incrociarono con quelli scuri e dal taglio orientale di lui. Si sorrisero, e Domingo de Rona s’avvicinò alla protagonista di quel quadro, ormai resa viva da un magico incantesimo, e le offrì la sua mano, aiutandola ad alzarsi in piedi. Strinse la mano esile di lei nel suo guanto bianco, così a contrasto con la pelle abbronzata e scura. Lei si sistemò il vestito bianco, con piccoli fiori ricamati sulla gonna.

«Vi ha rubato la cena?» domandò lui, parlando con il suo inglese macchiato da un forte accento spagnolo.
«Oh, no» rispose Margaret. «Porto il pane proprio per loro, affinché non mangino i pesci, così che mio padre, che è un pescatore, possa pescarli, e io non debba morire di fame». La gentile ironia della ragazza fece sorridere di nuovo Domingo de Rona, che osò allora spingersi oltre.
«Mi rallegro di sentirvi dire ciò…» e interruppe la sua frase, poiché il suo nome gli era ancora sconosciuto.
«Margaret» rispose la donna, intuendo il titubare dell’uomo.
«Domingo de Rona, al vostro servizio» disse e si inchinò elegantemente davanti a lei, togliendosi il cappello grigio fumo con una piuma di falco nera.
«Come siete finito a Galway?» domandò Margaret.
«Sono un mercante di stoffe. Sono arrivato con Felicia.» stese il braccio verso il porto, indicando a Margaret un meraviglioso veliero, alto e imponente.
«Felicia» ripeté la donna, in un sussurro.
«Ricorda il nome “felicità”, ed è il mare a rendermi felice. Ma quando tornerò in Spagna e comprerò un altro veliero, lo chiamerò come voi: Margaret»
«Il mio nome significa “perla”, nella mia lingua. In Gaelico, non inglese.» specificò in chiosa. «Volete associarmi a questo banale clichè?» domandò, ironica. Domingo de Rona scosse la testa, e sospirò.
«Nella mia lingua, il vostro nome suona come “margarita”. Daisy. Il fiore della primavera. Una primavera che oggi inizia, e non poteva iniziare in maniera migliore».

Margaret sorrise, allo stesso tempo lusingata e stupita dai modi cordiali ed eleganti di lui. Del resto, era abituata ai ragazzi dei pub e delle bettole, che avevano ben altri modi di rivolgersi alle ragazze.
«E sia, ma dovete promettermi che mi porterete a farci un giro, un giorno» scherzò Margaret.
«Avete la mia parola d’onore» sentenziò lui, con serietà d’animo inflessibile, grave.

Il silenzio piombò per qualche istante tra di loro, interrotto solo dal rumore del vento che soffiava forte e dalle grida dei pescatori. Margaret si trovò per un attimo, quasi per scherzo, a pensare a come sarebbe stata la sua vita se Domingo de Rona l’avesse davvero portata con sé. S’immaginava ora in Spagna, nella calda e soleggiata Spagna, con un cappello largo e il sole ad abbronzarle il viso e stoffe preziose, gioielli e monili ad avvolgerle il corpo. Poi Domingo de Rona riprese a guardare il cielo e i gabbiani volare, e socchiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, li piantò dritti dentro di quelli di Margaret, cercando il suo sguardo irlandese e limpido.

«Anche se quel gabbiano non vi ha rubato la cena, permettetemi di invitarvi a bordo di Felicia, Margarita» proposte, gentile.
La donna arrossì sulle guance chiare, socchiuse gli occhi e li riaprì dopo qualche istante, cercando quelli di lui.
«Non crederete mica che io sia una donna di malaffare, Domingo. Solo perché mi avete vista qui al porto.»
«Non volevo offendervi, Margaret. E mai mi sarei permesso di insinuarlo, né questo pensiero si è affacciato nella mia testa per un istante.»
«Perché?» domandò Margaret, colpendo il suo interlocutore con le sue parole, come se fossero pugnali. «Non sono abbastanza bella per essere una donna di malaffare? Non ho forse anche io un portamento femminile e audace?» rimase in silenzio, e così rimase in silenzio anche Domingo de Rona, che mai aveva conosciuto una donna tanto audace con le parole. Margaret tornò a parlare subito dopo, lasciando che quell’espressione ostentatamente severa si sciogliesse lentamente in un sorriso gentile e caldo. «Mi prendevo gioco di voi, Domingo. Sarei ben lieta di venire a cena con voi, ma a una condizione» specificò.
«Quale?»
«Che mi cuciniate le migliori specialità della vostra terra.»
Domingo annuì, sorridendo, ma Margaret lo riprese velocemente. «E intendo voi, non la vostra servitù». Domingo non poté fare a meno di sorridere ancora, e socchiuse gli occhi, annuendo ancora.
«Come desiderate, Margarita»

E così Margarita tornò a casa sua e si preparò per la cena. Dopo essersi fatta il bagno, cosparse il suo corpo con un’acqua profumata al biancospino e si incipriò il volto. Indossò un abito bianco lungo fino alle caviglie, di lino, dalle maniche pendenti e larghe e ricamate d’oro sul polso. Lasciò i capelli sciolti, raccogliendo solamente due piccole ciocche dietro la nuca e legandole con un fermacapelli argentato che riproduceva un triskele. Indossò una pelliccia pesante sulle spalle e si diresse nuovamente verso il porto, con il cuore che le esplodeva in petto. Il cielo aveva cacciato via le nuvole, e sembrava quasi che Domingo de Rona dalla Spagna avesse portato la luce. Il sole affondava oltre l’orizzonte, sporcando il mare di arancione e
viola in un gioco psichedelico di colori tenui. Lei procedeva lenta verso il molo, dove si erano dati appuntamento. Felicia svettava sulle altre barche dei pescatori come un albero in pianura. Margaret si fermò per qualche istante a osservare il legno, l’oro e il blu di quel veliero e pensò che il porto di Galway non aveva mai visto tanto splendore. Molti bambini accorrevano a vedere Felicia, e correvano spensierati lungo il molo. Le vele enormi si muovevano appena sotto il soffio del vento. Portavano l’insegna di un grande falco, il simbolo della famiglia dei De Rona. Tanti curiosi si domandavano di chi fosse quella barca così maestosa, ma il segreto diventò ben presto un passaparola e tutti, a Galway, erano impazienti di sapere se Margaret avesse avuto veramente intenzione di sposare il ricco mercante di stoffe.

Tutti, tranne suo padre, che continuava a far la sua vita, a dar la cera alla sua barchetta e a intessere nuove reti per pescare, pregando dio che il destino non le portasse via Margaret troppo presto.
Domingo de Rona accolse la donna vestito di tutto punto, come ben si conviene a un mercante di stoffe. Indossava un completo blu notte, con un farsetto bianco e una pelliccia dello stesso colore che aveva ricamata sul petto l’insegna di un falco. Aveva sistemato un piccolo tavolino di legno a prua, con una tovaglia di seta bianca e due bicchieri di cristallo già pieni di vino.
«Anche il vino, è della mia terra» le disse, porgendole il bicchiere. Il sapore era fruttato e dolce, e Margaret non piacque, abituata al sapore ben più forte della birra scura, ma apprezzò lo sforzo e la galanteria di Domingo de Rona e gli sorrise. Il cibo, invece, era squisito. Margaret mangiò del polipo con patate e spezie, del riso con carne, e una zuppa di molluschi. Domingo de Rona accese un sigaro e si mise a guardare il mare all’orizzonte.

Le stelle iniziavano a squarciare il cielo con una luce metallica e brillante e la luna saliva sempre più in alto, fino ad arrivare, piena e rotonda, esattamente sopra alle loro teste. Quella luce faceva apparire Margaret Joyce ancora più pallida, ma incredibilmente bella.
Il mare si increspava in superficie e si era fatta ormai notte fonda tra vino tinto e racconti spagnoli. Margaret si affacciò dalla barca, lasciando che il vento le sferzasse il volto con i suoi schiaffi violenti e si rese conto di quanto ormai fosse tardi solamente quando vide suo padre togliere la corda dal molo per andare a pescare. Il padre alzò lo sguardo su di lei, e a Margaret si riempirono gli occhi di lacrime fredde. Suo padre le sorrise, e annuì.

Margaret capì che le stava dicendo di andare. Il cuore dell’uomo si spezzò, e avrebbe potuto non spezzarsi se solo avesse saputo quanto presto sarebbe
tornata sua figlia. Domingo de Rona si avvicinò a Margaret, cingendole la vita da dietro.


«L’Irlanda è una terra di verde, d’argento e blu, Margarita. La mia terra è scura, bruciata, rossa come il fuoco più ardente»
Margaret annuì, deglutendo forte.
«Mostratemi i colori della vostra terra, Domingo»
E senza indugiare ancora, salparono verso sud.

Domingo morì circa un anno dopo, straziato da una febbre incurabile. Margaret fece ritorno a Galway insieme a Felicia e al suo equipaggio, con l’eredità del marito defunto che aveva deciso di lasciarle ogni suo bene. Con i soldi che aveva ricevuto fece costruire nuove scuole, un lazzaretto, una chiesa cattolica con una croce sobria sulla facciata, e regalò a suo padre una barca più grande sulla quale andare a pescare. Fece costruire un grande parco giochi affinché i bambini potessero passare le loro giornate all’aria aperta. Lei continuò a vivere la sua vita di sempre: andava spesso al molo a
dare da mangiare ai gabbiani. Un giorno di agosto, mentre il sole era alto a
mezzogiorno, un grande falco con le ali spiegate lasciò cadere sul grembo di Margaret Joyce un anello claddagh.

Margaret smise di piangere e capì che, perfino dall’aldilà, Domingo era riuscito ad amarla.