Il villaggio silenzioso

di Charlie Foo |

A Silea nessuno parlava. Nessuno, neppure i bambini parlavano. Giocavano allegramente sul ciglio della strada e nei parchi, ma sempre in rigoroso silenzio. Quando facevano goal, non esultavano gridando, e i baci fra gli adolescenti risuonavano forte fra le pareti del paese silenzioso. Non che gli abitanti di Silea non fossero in grado di emettere suoni, semplicemente non avevano mai pensato di comunicare usando la propria voce. D’altra parte a che potevano servire le parole quando si poteva comunicare attraverso i gesti, gli occhi, l’espressione del volto? E comunque non avevano mai inventato un alfabeto, anzi non ci avevano mai nemmeno pensato, e di conseguenza non potevano né leggere né parlare, ma la cosa non creava loro alcuna difficoltà, né impediva loro di vivere come facciamo tutti noi che proveniamo da villaggi pieni di chiacchiere e parole. Le canzoni che passavano in radio a Silea erano melodie strumentali, i programmi televisivi erano un susseguirsi di immagini… nessuno sentiva il bisogno di udire la voce altrui. Bastavano i sorrisi, le lacrime, le mani, gli sguardi e i profumi. Il villaggio poi non era nemmeno troppo silenzioso: ascoltando attentamente si poteva udire il vento fra le foglie sottili di un salice piangente oppure la porta sbattuta da un ragazzo arrabbiato o ancora lo scoppiettio del fuoco nel camino d’inverno. Degli umani si sentivano solo i singhiozzi.

Un giorno, un bambino del paese, il piccolo Ferdinand, si ammalò. Non si trattava di un semplice raffreddore ma di una tosse forte, grassa, che rimbombava nella notte fra le vie del paese, impedendo agli abitanti di dormire. Per i primi giorni il piccolo non chiuse occhio. La tosse gli impediva perfino di respirare e aveva forti attacchi che duravano anche alcuni minuti. Stava a letto tutto il giorno e aveva smesso di andare a scuola. Sua madre aveva mille attenzioni per lui, ma nonostante questo la tosse non passava. Ferdinand, che aveva solo dieci anni, si annoiava a morte ad ascoltarsi tossire tutto il tempo mentre si girava e rigirava fra le lenzuola del suo letto, così inizio a riflettere sui rumori che riusciva a produrre con la sua tosse. Cercava di fare versi più acuti o più profondi e capì che a seconda dell’area della bocca da cui li produceva, riusciva ad articolare suoni differenti. Fu così che scoprì la propria voce.

Restò a letto per molti mesi e quando iniziò a guarire era quasi primavera. Da qualche tempo aveva iniziato ad articolare parole e pensieri in quella sua nuova lingua. Aveva perfino inventato un alfabeto con cui trascrivere quei suoni e aveva insegnato tutto a sua madre, che lo assisteva ogni giorno. Lei, dal canto suo, aveva imparato a convivere con tutti quei foglietti che sbucavano da sotto il letto e di tanto in tanto ripeteva fra sé le parole che Ferdinand le aveva insegnato. Un giorno, che sorpresa! Mentre la madre di Ferdinand pagava delle mele al fruttivendolo, esclamò: “Ma è un furto per così poche mele!” e il fruttivendolo la guardò con aria interrogativa. Dopo quell’episodio, nel giro di pochi mesi il linguaggio inventato dal piccolo Ferdinand si diffuse. Divenne d’un tratto la lingua del commercio, della televisione e la gente iniziò a comporre poesie e scrivere canzoni per giocare con quelle parole che risuonavano alle loro orecchie per la prima volta.

La casa del piccolo Ferdinand era ormai frequentata da persone di ogni partito e classe sociale. Chiedevano consigli o si facevano aiutare per inventare le parole che occorrevano loro e il bambino sentiva il suo cuore riempirsi di gioia e di orgoglio per quanto era riuscito a cambiare la vita di tutti. D’un tratto le giornate scorrevano più velocemente, accompagnando in modo gradevole la sua guarigione. Ben presto però, a causa del nuovo linguaggio, arrivarono le bugie. Erano ovunque, in televisione, fra gli innamorati, erano travestite da chiacchiere e anche da notizie. Si diffusero all’improvviso le menzogne e anche le minacce. Prima gli occhi non sapevano nascondere il vero, le canzoni non creavano illusioni, e le mamme e i papà non discutevano in quel modo violento e ad ogni modo tutto si risolveva con un abbraccio! Ferdinand si rese conto di aver creato qualcosa che in fondo, forse, era solo fatale. Il piccolo villaggio era ormai sommerso di scritte false su cartelloni pubblicitari, in sovrimpressione in tv, le bugie corrodevano l’animo buono degli abitanti di Silea ogni giorno un po’ di più, e chiunque era diventato disonesto.

Per il dispiacere, Ferdinand si ammalò di nuovo e più gravemente. Tornò la tosse e poi la febbre, la nausea, la stanchezza e non c’erano medicine che migliorassero il suo stato, anzi sembrava che ogni cucchiaiata di sciroppo aumentasse i colpi di tosse e li rendesse più profondi, cavernosi, come se provenissero dal cuore stesso del bambino. Filosofi, avvocati e commercianti si recavano ancora da lui, ma presso il suo letto non trovavano più consigli perché Ferdinand aveva deciso di smettere di parlare per sempre. Ben presto gli abitanti di Silea capirono che Ferdinand non avrebbe più inventato parole nuove, ma tanto, pensarono, chi aveva più bisogno di lui? “Noi adulti potremmo inventare di più e meglio!” dicevano alcuni.” Cosa può sapere un bambino del mondo?”E si misero presto al lavoro per creare tutti quei termini che un bambino non poteva conoscere. Dalla camera di Ferdinand intanto, erano spariti tutti i foglietti con le parole scritte sopra. Il bambino peggiorava di giorno in giorno e un mattino la madre scoprì che il piccolo si era spento per sempre, accoccolato sotto le coperte del suo letto, per il dispiacere e per i rimpianti. 

Il giorno successivo, nella sala più grande e più bella del Comune, fu allestito il funerale. La madre di Ferdinand non si presentò. Ogni abitante del paese disse qualcosa in onore del bambino per celebrarlo con parole che forse Ferdinand non avrebbe voluto sentire. Il luogo della funzione brulicava di discussioni, di bisbiglii – “povero piccolo” – dicevano, ma erano solo parole. Chi non l’aveva conosciuto parlava di lui come se l’avesse conosciuto, e chi si era recato da lui per questioni di lavoro, giudici e politici, lo ricordava come un eroe, ma non ricordava il suo nome. Solo i bambini che qualche volta avevano giocato con lui a pallone, quando ancora non esistevano le parole, non aprivano bocca e piangevano lacrime silenziose, scoprendo per la prima volta il dolore della morte.

All’improvviso irruppe nella sala del Comune la madre di Ferdinand. Aveva il viso rigato dalle lacrime e una grande tristezza nel cuore che tutti poterono immediatamente percepire anche nel proprio. Ciascuno rimase in silenzio e il fruttivendolo che in quel momento parlava sul palco, si arrestò. La madre gli si avvicinò, gli fece segno di spostarsi poi mostrò a tutti i presenti tre grossi biglietti che aveva trovato sotto il letto del bambino. Erano tre parole, e una piccola nota diceva che erano le uniche parole che valeva la pena pronunciare. Erano scritte con l’inchiostro blu su fogli volanti. Nella sala piombò il silenzio. Gli abitanti si lanciarono sguardi colpevoli avvertendo all’improvviso una triste nostalgia del passato. Quegli sguardi erano di nuovo trasparenti, come prima dell’invenzione del linguaggio. Dicevano “Il piccolo aveva ragione. Basta mentire. Non useremo mai più altre parole all’infuori di queste tre”. E quegli occhi erano sinceri.

Nessuno parlò più negli anni che seguirono, se non per proferire quelle ultime parole scritte con l’inchiostro da quel bambino che aveva capito tutto. La madre di Ferdinand lasciò la sala, a passo lento quel giorno. Era disperata ma orgogliosa. Fece in modo che quei tre foglietti rimanessero bene in vista perché nessuno potesse ignorarli. Ognuno li guardò per l’ultima volta prima di andar via in silenzio. Alcuni lanciarono un’ultima occhiata o un ultimo bacio da lontano al piccolo, brillante Ferdinand. Avevano tutti imparato la lezione. Quelle parole rimasero lì, a ricordare agli abitanti silenziosi l’importanza della sincerità, e a ricordare che le parole a volte fanno male.

Sui tre fogli c’era scritto:

Ti amo

Grazie

Scusa.


Charlie Foo

Charlie Foo

Autrice di "Seasons", Charlie è un'inguaribile viaggiatrice, sognatrice e femminista. Si ispira alla realtà per i suoi imprevedibili racconti.