A Silea nessuno parlava: il fruttivendolo non attirava clienti urlando per strada che le sue melanzane erano una vera occasione; il bigliettaio non era mai salito sull’autobus urlando “Biglietto! Biglietto!”. Nessuno emetteva suoni a Silea, neppure i bambini; essi giocavano allegramente sul ciglio della strada e nei parchi, ma sempre in rigoroso silenzio. Quando facevano goal, nessuno esultava e i baci fra gli adolescenti risuonavano forte fra le pareti delle case del paese silenzioso. Sembrava che la voce e le parole non avessero alcun significato nella vita dei silenziosi abitanti. Non che non fossero in grado di emettere suoni, semplicemente non avevano mai pensato di comunicare usando la propria voce. A che servivano le parole quando si poteva condividere il proprio pensiero attraverso i gesti, gli occhi, l’espressione del volto? D’altra parte non avevano mai inventato un alfabeto, anzi non ci avevano mai nemmeno pensato, e di conseguenza non erano in grado di leggere né di parlare; ciò non procurava loro alcuna sofferenza né gli impediva di vivere come facciamo tutti noi che proveniamo da villaggi pieni di chiacchiere e parole: le canzoni che passavano in radio a Silea erano solo melodie, i programmi televisivi erano un susseguirsi di immagini; nessuno sentiva il bisogno di sentire la voce altrui, a Silea c’erano solo gesti, solo sorrisi, lacrime e mani, sguardi, profumi… Il villaggio poi non era nemmeno troppo silenzioso: ascoltando attentamente si poteva udire il vento fra le foglie sottili di un salice piangente oppure la porta sbattuta da un ragazzo arrabbiato o ancora lo scoppiettio del fuoco nel camino. Degli umani però si sentivano solo singhiozzi o sbadigli.

Un giorno il piccolo Ferdinand si ammalò. Non era febbre o il comune raffreddore della stagione fredda, ma una tosse forte, grassa, che risuonava nella notte fra le vie del paese, impedendo agli abitanti di dormire. Per i primi giorni il giovane non chiuse occhio. La tosse gli impediva perfino di respirare e spesso aveva forti attacchi che duravano anche diversi minuti. Se ne stava sdraiato a letto tutto il giorno e aveva smesso di andare a scuola. Sua madre irrompeva ogni tanto nella sua cameretta per concedergli amorevoli cure ed un po’ di sciroppo, ma questi erano solo stati capaci di concedergli una tregua di un’oretta al massimo fra un attacco e l’altro, non di placare totalmente la sua rumorosa malattia. Se non altro la notte aveva ricominciato a riposare.

Ferdinand, che aveva solo dieci anni, si annoiava a morte a stare a letto tutto il giorno ad ascoltarsi tossire e rigirarsi fra le lenzuola, così inizio a riflettere sui rumori che riusciva a creare con la sua tosse. Cercava di crearne di più acuti o di più profondi e capiva che a seconda dell’area della bocca da cui provenivano i suoi versi, riusciva ad articolare suoni differenti, così scoprì la propria voce.

Restò a letto per molti mesi, ed era quasi primavera quando il piccolo Ferdinand, ormai quasi guarito, aveva iniziato ad articolare parole e pensieri in quella che risultava la prima forma di linguaggio verbale in tutto il villaggio e col tempo aveva perfino inventato un alfabeto con cui trascrivere quei suoni. Sua madre, che lo assisteva ogni giorno aveva imparato a convivere con tutti quei foglietti che sbucavano da sotto il letto e Ferdinand, che a lei era molto affezionato, le aveva insegnato quanto aveva inventato.

Dopo qualche giorno, che sorpresa! Quando la madre di Ferdinand andò dal fruttivendolo per comprare quattro mele esclamò: “ma è un furto per così poche mele!” e il fruttivendolo la guardò con aria interrogativa, chiedendosi cosa volesse comunicare la donna in quella buffa maniera. Fu solo un episodio, ma nel giro di pochi mesi, il linguaggio inventato dal piccolo Ferdinand divenne la lingua di quel silenzioso paese e intendo la lingua del commercio, della televisione, delle minacce, e la gente iniziò a comporre poesie e scrivere canzoni per giocare con quelle parole che risuonavano alle loro orecchie come novità assolute.

La casa del piccolo Ferdinand era ormai aperta a tutti, frequentata da persone di ogni rango e classe sociale che gli chiedevano consigli o si facevano aiutare per inventare le parole che occorrevano loro e il bambino sentiva il suo cuore riempirsi di gioia e di orgoglio per quanto era riuscito a cambiare la vita di tutti e per l’importanza che la gente gli dava;  le sue giornate di malattia iniziarono a scorrere più velocemente ed in modo più gradevole.

Ben presto però, a causa delle parole  arrivarono le bugie. Bugie in televisione, bugie fra gli innamorati, bugie travestite da chiacchiere, bugie e ancora bugie. Prima dell’invenzione di Ferdinand gli abitanto del villaggio silenzioso non erano in grado di mentire, né a sé stessi, né agli altri, Gli occhi non potevano nascondere il vero, le canzoni non creavano illusioni, i bambini non potevano litigare per un rigore non dato, le mamme e i papà non discutevano in quella maniera che turba i lfigli ed in ogni caso tutto, prima del linguaggio inventato da Ferdinand, tutto si risolveva con un abbraccio.

Ferdinand si rese conto di aver creato qualcosa che in fondo forse, era solo nocivo. E velenoso. E fatale. Il piccolo villaggio era ormai sommerso di scritte false su cartelloni pubblicitari, in sovraimpressione in tv e sui muri delle case, bugie, bugie ovunque che corrodevano l’animo buono degli abitanti di Silea ogni giorno un po’ di più, e il villaggio, forse il mondo intero, era diventato disonesto.

Probabilmente per il dispiacere o per il rimorso, il bambino si ammalò di nuovo e molto più gravemente. Tornò la tosse e poi la febbre, la nausea, la stanchezza e non c’erano medicine che migliorassero il suo stato, anzi sembrava che ogni cucchiaiata di sciroppo aumentasse i colpi di tosse e li rendesse più profondi, cavernosi, quasi come se provenissero da un luogo profondo, dall’interno di Ferdinand, dal cuore o qualcosa di simile. Il piccolo capì che forse si stava punendo da solo per quanto aveva fatto, così decise di smettere di parlare per sempre.

I filosofi, gli avvocati, i commercianti, si recavano ancora da lui, ma presso il suo letto non trovavano più consigli, solo mutismo. Ferdinand apriva la bocca solo per tossire e sospirare, e faceva in modo che la gente capisse cosa aveva deciso di fare: restare in silenzio, seppellire dentro di sé la sua creatura, il suo mostro, il linguaggio verbale.

Presto gli abitanti di Silea capirono che Ferdinand non avrebbe mai più creato parole nuove ma tanto, chi aveva più bisogno di quel piccolo genio? Aveva solo dieci anni, e non conosceva nulla del mondo, “noi adulti potremmo inventare di più e meglio!” dicevano alcuni. E non sbagliavano, forse. Cosa può sapere un bambino del mondo? Ferdinand non poteva conoscere le delusioni più grandi della vita, i dispiaceri, la morte, il lavoro, il piacere di viaggiare, e tutte queste parole mancavano nel vocabolario inventato da Ferdinand, e per esprimere questi concetti da adulti, si doveva ricorrere al vecchio linguaggio senza parole. Così gli uomini si misero al lavoro per creare questi termini seppure con qualche rimorso nei confronti del bambino.

Dalla camera di Ferdinand intanto, erano spariti tutti i foglietti con le parole scritte sopra. Aveva smesso di inventare per sostenere la sua protesta. Questa non durò più di suna settimana, poichè il piccolo si spense per sempre, accoccolato sotto le coperte nel suo lettino, morto, per il dispiacere e per i rimpianti.

Fu allestito il funerale nella sala più grande e più bella del Comune. La madre di Ferdinand non c’era. Ogni abitante del paese disse qualcosa in onore del bambino per celebrarlo come inventore del linguaggio, pensatore sopraffino e altre parole che forse Ferdinand non avrebbe voluto sentire. Il luogo della funzione rimbombava di discussioni, bisbigli – “povero piccolo” – parole, bugie. Chi non l’aveva conosciuto parlava di lui come se l’avesse conosciuto, e chi si era recato da lui per questioni di lavoro, come i giudici e i politici, lo ricordava come un eroe, ma non ricordava il suo nome. Solo i bambini che qualche volta avevano giocato con lui a pallone, quando ancora non esistevano le parole, non aprivano bocca e piangevano lacrime silenziose, scoprendo per la prima volta il dolore della morte.

All’improvviso irruppe nella sala del Comune la madre di Ferdinand. Aveva il viso rigato dalle lacrime e una grande tristezza nel cuore che tutti poterono immediatamente percepire anche nel proprio. Ciascuno rimase in silenzio e il fruttivendolo che in quel momento parlava sul palco, si arrestò. La madre gli si avvicinò, gli fece segno di spostarsi poi mostrò a tutti i presenti tre grossi biglietti che aveva trovato sotto il letto del bambino.

Tutti guardarono quelle parole scritte dal piccolo Ferdinand prima di morire con inchiostro blu su fogli volanti restando in silenzio. Tutti compresero improvvisamente il significato di quei tre fogli, e lanciavano sguardi agli altri abitanti del paese avvertendo una grande nostalgia del passato. Sguardi silenziosi, colpevoli. Quegli sguardi erano trasparenti, dicevano “d’ora in poi non useremo altro che le ultime parole di Ferdinand, mai più tutte le altre”. E quegli occhi erano sinceri. A Silea non si sarebbe mai più sentita una parola diversa da quelle scritte per ultime da Ferdinand.

Nessuno avrebbe più parlato negli anni che seguirono, se non per proferire quelle ultime parole che si stagliavano ora davanti ai loro occhi.

La madre di Ferdinand se ne andò, a passo lento, disperata ed orgogliosa di suo figlio, lasciando sul palco, ben in vista, quei foglietti con quelle parole tanto importanti. Tutti guardarono per l’ultima volta quelle parole e poi se ne andarono, in silenzio, dopo aver lanciato un’ultima occhiata o un ultimo bacio da lontano al piccolo, brillante Ferdinand.

Quelle parole rimasero lì, a ricordare agli uomini quanto avevano sbagliato e a ricordare che parlare deve servire solo a fare del bene e che le parole a volte fanno male.

Sui foglietti c’era scritto:

ti amo

Grazie

Scusa.

Dì la tua!