In un luogo ordinario, in un ospedale normale, nel reparto in cui si era soliti far nascere bambini, in un giorno tranquillo, da una mamma senza segni particolari, nacque un bambino piuttosto strano, e fu un evento notevole. La gravidanza e il parto erano stati decisamente regolari, ma al momento della nascita, l’ostetrica ripulì il bimbo e si raccomandò con la madre: “stia molto attenta a suo figlio, è di polistirolo! È più delicato degli altri bimbi!”.
L’infermiera non scherzava: la madre, sconcertata, ricevette fra le braccia quel suo figlio straordinario e per la prima volta lo guardò in volto: non aveva anomalie, il numero delle dita era giusto, la testa era calva, rotonda e ben levigata però era pallido, pallido e la sua pelle era piena dei cerchietti tipici del polistirolo. I genitori del bambino di polistirolo non fecero domande ai dottori, anzi, un po’ imbarazzati, ignorarono la cosa e chiamarono il bimbo Charlie, cosi come prestabilito.

Il bambino crebbe sano, sempre sotto l’attento sguardo dei suoi premurosi genitori, e frequentò la scuola elementare e poi la scuola media, così come tutti gli altri bambini. Le persone si erano abituate alla sua presenza, ma non potevano impedirsi di guardarlo affascinati ogni volta che ne avevano l’occasione: i suoi occhi azzurri spiccavano accesi sul viso bianco e quella sua testa calva che restava sempre liscia destava stupore, giacchè Charlie non aveva ne’ peli ne’ capelli; il suo naso era perfettamente levigato e le sue labbra bianche e sinuose. Era un bambino grazioso, sveglio e capace ma i suoi bellissimi occhi non avevano mai brillato dall’entusiasmo per qualcosa. Charlie infatti, era consapevole di non essere come tutti gli altri e si chiedeva spesso, se fosse un uomo vero e proprio, lui, costretto a condurre quell’esistenza tanto singolare. Tuttavia cercava di non pensarci troppo per non doversi dare una risposta.

La vita del ragazzo di polistirolo non era troppo diversa da quella di tutti gli altri ragazzi, solo che per lui tutto era un po’ piu’ difficile: doveva stare attento a non distrarsi, come gli avevano insegnato i suoi genitori, perché era più fragile dei suoi compagni. Non poteva correre, perché se fosse inciampato si sarebbe potuto spezzare qualcuno dei suoi arti di polistirolo, non poteva nuotare, perché galleggiava, non poteva saltare sui tappeti elastici perché rischiava di perderci una gamba… A volte, a scuola, qualche malalingua lo prendeva in giro e lo sfidava a farsi un taglio: “non uscirà neanche una goccia di sangue, parola mia!” dicevano ridendo, ma Charlie non aveva mai prestato attenzione a chi lo prendeva in giro.

Alcune volte Charlie si sentiva soffocare da tutte quelle attenzioni. Gli adulti del quartiere controllavano sempre che non si facesse male giocando al parco, e poi tutti quegli sguardi e quelle cure… a volte sentiva proprio il bisogno di stare solo. Sapeva che le persone gli volevano bene, ma certe volte era stanco di vivere sotto una campana di vetro! Alcune volte si sentiva incompleto, come se gli mancasse qualcuno con cui condividere i propri pensieri, e allora sentiva un vuoto dentro. Gli mancava qualcosa… e non era il suo dito, anche se certo, anche quello gli mancava! Nonostante tutte quelle attenzioni, infatti, da bambino Charlie si era rotto un dito durante una staffetta nella palestra della scuola. Il bambino che gli aveva passato il testimone era stato un po’ irruento per via della gran rincorsa, ed il dito si era rotto, staccato di netto dalla mano con un sonoro CRACK, quello tipico del polistirolo. Da allora, Charlie non aveva più avuto il permesso di fare alcuna attività sportiva. A distanza di tanti anni, il bambino colpevole del dito rotto di Charlie era ancora in terapia per i sensi di colpa. Da quel giorno, il bambino di polistirolo, indossava una protesi di legno al posto del mignolo della mano sinistra, ma questo non lo aveva mai scoraggiato a perseguire i propri sogni.

Charlie era appassionato di letteratura, e divorava un libro dietro l’altro, tutti i grandi classici europei e non, antichi e contemporanei. Quello che più desiderava nella vita era diventare uno scrittore, seguendo le orme di suo padre. Desiderava raccontare al mondo la sua storia e non solo! Aveva moltissime idee che aveva già messo su carta ma voleva aspettare il momento adatto per svilupparle. Una volta aveva letto su un libro che un vero artista è guidato da una musa, una bellissima donna in grado di trasmettere l’ispirazione, ma Charlie non aveva mai trovato la sua. Tuttavia se l’era immaginata, era sicuramente bionda con capelli lunghi e boccolosi e poi occhi chiari e luminosi.

Il liceale di polistirolo, camminando un giorno per il parco, vide da lontano una sagoma piccolina, una ragazza della sua età dai capelli corvini, a caschetto e gli occhi scuri e profondi come l’oceano. Charlie ci mise un po’ di tempo – almeno un paio di minuti – per rendersi conto che quella morettina, proprio lei, tanto lontana dallo stereotipo che aveva in mente lui, sarebbe stata la sua musa. Charlie sentì il suo cuore di polistirolo battere all’impazzata e qualche testimone di quel momento, tempo dopo, giurò di aver visto i suoi begli occhi celesti brillare davvero per la prima volta. Lei gli si presentò con il nome di Foo. La sua voce era calma e suadente e dal primo momento imprigionò il giovane Charlie in un vortice di passione.

Egli fece di tutto per conquistarla: senza rendersi conto di aver già trovato l’ispirazione, si cimentò nell’ambito della poesia e in quello della musica, componendo per lei notte e giorno. Sperava di migliorarsi presto, per poter infine andare da lei e dichiararle il proprio amore. Tutti quelli che lo sentivano suonare dalla finestra e recitare al vento le poesie per Foo, raccontavano che il giovane era molto portato e che a volte faceva commuovere i vicini; ma gli anni passarono, il giovane Charlie divenne uomo senza sentirsi ancora pronto per la bella Foo. Quando lei per strada lo salutava sorridendogli non sapeva che lui avrebbe pensato a quel sorriso per tutta la notte. Lei gli faceva un cenno con la mano e lui la sognava per tutta la settimana successiva. Così Charlie andava innamorandosi della sua musa giorno dopo giorno, senza trovare mai l coraggio di rivelarle quello che provava.
Charlie, in cuor suo sapeva che lei non l’avrebbe mai accettato e amato. Sapeva di essere diverso dagli altri, notava la differenza fra la sua carnagione e quella delle altre persone – e quella della stessa Foo – . A volte, nel buio della notte, rigirandosi insonne fra le lenzuola, si domandava: “sono davvero un uomo?”

Era un dolce pomeriggio di primavera quando Charlie decise finalmente di rivelare a Foo i sentimenti che custodiva nel suo cuore. Indossò un elegante abito nero e comprò un mazzo di papaveri scarlatti, poi andò a incontrarla la’ dove le aveva dato appuntamento: si videro in quel parco in cui si erano visti per la prima volta quando erano ancora ragazzini. Lei era splendida agli occhi di Charlie: aveva i capelli raccolti in una lunga treccia scura e il suo profumo lo inebriava al punto che egli quasi scordo’ il discorso che si era preparato da moltissimo tempo. Foo, dal canto suo, trovava Charlie piuttosto affascinante con quell’abito scuro che faceva risaltare il suo volto di polistirolo e, incantata da quell’immagine, restò ad ascoltarlo, attenta. Charlie le racconto’ della prima volta che l’aveva incontrata, della  sua adolescenza inquieta, del dolore che provava qualche volta nel petto quando pensava a lei. Poi, quasi in un sussurro, recito’ una poesia. Le parole gli sfuggirono dalle labbra, danzando come ballerine delicate nella brezza di quella primavera. Lei lo ascoltò senza muoversi, incantata.

Un braccio non fa di un corpo, un corpo;
un bosco non fa di una lepre, una lepre;
una rosa non fa di un roseto, un roseto;
ma l’amore fa di un cuore un cuore,
e una donna fa di un uomo, un uomo.

Alla fine, Foo lasciò scendere una lacrima lungo la sua guancia, commossa. In che modo avrebbe mai potuto dire ad un innamorato tanto devoto, ad un animo puro e gentile come quello di Charlie, che non ricambiava il suo amore?  Rimase in silenzio qualche istante, pensando a cosa dire ma Charlie capì immediatamente, senza che Foo proferisse neanche una parola. Dagli occhi blu dell’uomo di polistirolo scese una lacrima che silenziosa, scivolo’ lenta lungo uno stelo d’erba. Nell’assoluto silenzio di quel tramonto, si udì un sonoro CRACK provenire dal petto di Charlie e poi egli cadde a terra, senza che il suo cuore spezzato riuscisse ad emettere ancora un solo battito. D’altra parte nessuno gli aveva ma detto di guardarsi dai pericoli dell’amore. Charlie mori’ in silenzio, lì, in quel parco in cui il suo amore era sbocciato, mentre Foo inginocchiata a terra, disperata, piangeva calde lacrime sul tiepido corpo di polistirolo.

Morì d’amore, l’uomo di polistirolo ma era felice: in quegli ultimi istanti aveva trovato la risposta alla domanda che l’aveva tenuto sveglio la notte per tutta la su vita. Ma certo che era davvero un uomo, anche se era fatto di polistirolo… solo in quel momento riusci’ finalmente a capire ciò che lo rendeva uguale agli altri, ciò che faceva di lui un essere umano. Capì il mistero della vita, e che è la morte a fare di un uomo un uomo, che si tratti di un essere umano di carne o di polistirolo.

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  1. sara
    Lug 13, 2015

    Adoro il tuo modo di scrivere, i tuoi racconti sono così dettagliati da farmi credere parte della storia!

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