Sono quindici anni che vivo in questo condominio, che è più vecchio di mio nonno. Abito al primo piano e il pianerottolo puzza sempre di piscio ma non sono io a farlo. Difficile spiegare questa cosa ai vicini: il vecchio del terzo piano mi lancia sempre delle occhiatacce quando mi vede. Penserà che sono io che faccio questa cosa. Ma prima o poi lo scopro chi mi piscia vicino alla porta… e gliela faccio pagare.
Oggi resto a casa, come ieri e l’altro ieri. Sono un architetto, il mio ufficio é il mio appartamento e anche se mi vergogno a far venire qui i clienti, so di essere portato per il mio lavoro e anche i miei clienti lo sanno, per questo passano sopra al fatto che io abiti in questo palazzo fatiscente. Ci vivo solo perchè mio padre viveva qui, mio nonno viveva qui, il mio trisavolo viveva qui… sei generazioni di Monroe hanno vissuto in questo appartamento e tutti hanno avuto una vita dignitosa, non vorrei che ci sia una specie di maledizione sulla casa e se me ne vado finisco investito. Preferisco star qua e casomai ad evadere ci penserà la generazione successiva. Poi tutti i nonni e trisnonni che avevo erano architetti per cui non ho dovuto nemmeno cambiare il cognome sul citofono. Ho la sveglia alle sei del mattino anche se non devo andare da nessuna parte. Mi affaccio con una tazza di caffè bollente in mano e guardo dalla finestra la ragazza del secondo piano che va a lavorare. Lei si volta e guarda verso di me ma sono sicuro che non mi abbia notato. Sono quindici anni che vivo qui e sono dieci anni che sono innamorato di lei.

Quando sono venuta a vivere qui, avevo sentito un’energia particolare provenire dall’edificio, ecco perchè l’ho scelto. Quando alle sei del mattino esco di casa poi, c’è una luce particolare che l’avvolge e fa sembrare le vecchie pieghe del palazzo, come rughe sul volto vissuto di un uomo anziano. È come se questo palazzo mi parlasse. Con l’animo poetico che mi ritrovo, potrei benissimo essere un’artista e invece sono cameriera in un bar di periferia, talmente lontano dal vecchio palazzo in cui abito che devo uscire di casa con tre ore di anticipo per arrivare in orario dal mio antipatico capo perennemente sudato. Ma lavorare mi piace e mi tiene occupata la mente. Inoltre tranquillizza i miei genitori che pensano io sia una scapestrata, anche se non riesco a spiegargli che no, non voglio sposarmi e no, i bambini non fanno per me, non ne voglio.
Ma ecco un’altra volta quel pantofolaio del primo piano che mi fissa. Una persona piuttosto misteriosa, non esce mai di casa. Mi affretto e vado a prendere il bus. Dev’essere un uomo interessante quando non passa il suo tempo a fissare le persone dalla finestra!

Alle cinque del pomeriggio, si sentono dei passi rimbombare forte nella tromba dalle scale. “Vieni con me, Pablo!” Dice il bambino del quarto piano rivolto verso il niente. Ha otto anni, ma sa praticamente tutto di auto e motori perchè suo padre è meccanico. La madre segue il bambino ma è ancora qualche gradino indietro. Il bambino, sta salendo le scale ora, passa dal primo piano, ride, poi continua a salire, raggiunge la porta di casa sua, al quarto piano e ci stampa sopra una piccola mano sudata con le cinque dita ben visibili: “primo!” Urla. Sua madre sta ancora salendo le scale, è affaticata dagli anni ma non demorde. Fa le pulizie a casa delle persone e ha bisogno di essere sempre energica e in forma. Non vuole che il tempo vinca su di lei, sa di aver bisogno di entusiasmo per rimanere ancora bella, per cui aumenta il passo e sale le scale a due a due. Quando raggiunge il bambino, Luke, lui è seduto a terra e sta spiegando al suo amico immaginario Pablo come funziona uno spintorogeno. La mamma sospira e poi dice: “tirati su, è ora della merenda!”. E Luke salta in piedi leccandosi i baffi.

“Non capisco come faccia quel giovanotto del primo piano a comportarsi cosi”. L’anziano signor Propoli che abita al terzo piano, si rivolge alla sua signora. Guarda l’orologio, sono le sei e mezza. È appena stato al parco col suo cane Argo e ha visto l’architetto Monroe alla finestra. Guarda la moglie e dice: “sta giorni e giorni tappato in casa, poi la domenica esce, compra dei fiori in piazza e torna a casa sua… alla sua età non ero così!”.
I due anziani coniugi sono seduti al tavolo in salotto.Il signor Propoli ha l’aria confusa ma l’anziana moglie gli viene incontro. “Caro ti ho detto, secondo me è innamorato”. “Si ma di chi? I fiori se li porta a casa, mica li porta alla morosa!”. “Forse non trova il coraggio di portarli, alla morosa!” Dice la signora al marito, guardandolo con l’aria di chi la sa lunga. Il signor Propoli resta in silenzio poi dice, perplesso: “si ma dove l’ha conosciuta una ragazza quello là? Non esce nemmeno per farsi la spesa, gliela portano a domicilio! I suoi clienti sono tutti dei vecchi bacucchi peggio di me! Guarda che noi alla sua età si andava corteggiando le ragazze, mica si aspettava che bussassero alla porta!”. La signora Propoli è stupita, il marito non parla mai così tanto, vorrebbe dirgli che questa storia dell’architetto lo sta agitando e senza rendersene conto, avvicina al marito le pillole per la pressione. “Forse non cerca una ragazza sofisticata, per questo non la cerca nei bar o nelle discoteche… forse cerca una ragazza più semplice, la ragazza della porta accanto…”. La signora Propoli si alza e si allontana con l’aria sognante, si asciuga le mani sul grembiule da cucina che indossa quasi sempre e se ne va a cucinare qualcosa. Intanto suo marito le urla dal salotto: “Sì ma chi se lo prende uno così, se continua a pisciare sul pianerottolo!”

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  1. lasmistalettere
    Lug 01, 2015

    Bellissimo! Già mi sono appassionata alla storia e alle storie dei personaggi dentro la storia 😉 Non vedo l’ora di leggere il seguito! Brava!!

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