Quando siete in biblioteca o da qualche altra parte, in stazione, per dire, vi siete mai trovati a dover andare via un attimo per qualche ragione e dover chiedere a qualcuno di “tenervi d’occhio” le vostre cose un momento perchè non ve le rubino? Avete mai pensato che la persona a cui state chiedendo di custodirvi le cose potrebbe essere il potenziale ladro stesso? Io sì, continuamente.

Sarò un ragazzo piuttosto paranoico, d’accordo, ma quando uno ci tiene alle proprie cose, si preoccupa sempre, anche troppo.
Vado spesso in biblioteca e temo così tanto per i miei oggetti che di solito rimetto in ordine le mie cose e me le porto perfino in bagno, se è quella l’urgenza per cui devo allontanarmi dal tavolo. Tante volte me la tengo, addirittura, per evitare qualsiasi inconveniente.

Oggi sono in biblioteca, come ogni venerdì. Apro lo zaino, tiro fuori le mie cose, mi metto a studiare, mi concentro al punto che non ricordo nemmeno che ore siano. Ad un certo punto faccio una pausa: rimango seduto, bevo un po’ d’acqua, guardo fuori dalla finestra. Ripenso a quella ragazza carina che mi ha tenuto la porta aperta all’ingresso, stamattina quando sono arrivato. Lei usciva, io entravo, le ho detto grazie, ci siamo scambiati uno sguardo poi si è allontanata. Prima però mi ha sorriso: aveva delle labbra rosse fuoco e ben disegnate. Qui in biblioteca c’è pochissima gente, solo due o tre persone che ho visto entrando. Ora siedo ad un tavolo separato dagli altri per via di un grosso scaffale pieno di libri polverosi e non riesco più a vedere nessuno. Bevo un altro sorso d’acqua e quando penso che sia il momento di tornare sui libri, sento la porta della biblioteca che si apre ed entra la ragazza dal rossetto rosso, quella dell’ingresso. Non mi vede, penso, si va a sedere al di là dello scaffale e ora non la vedo nemmeno io. Meno distrazioni, mi dico, e torno a studiare. Il pomeriggio trascorre silenzioso in biblioteca, ci sono momenti in cui mi viene voglia di alzarmi e urlare una parolaccia qualsiasi per scrollarmi di dosso lo stress dello studio e ricordarmi che ho delle corde vocali funzionanti. Dopo ore, faccio una nuova pausa, guardo il cellulare e mi accorgo che ho sette chiamate perse: mio padre è qui fuori, dice che è urgente. In un secondo mi viene il panico, penso che sta aspettando da almeno mezz’ora a giudicare dall’orario delle telefonate, voglio precitarmi fuori per capire che succede ma… non ho tempo di raccattare le mie cose! In preda all’ansia vado dalla ragazza con le labbra rosse e le chiedo di tenermi d’occhio le cose per un attimo. Lei sorride e annuisce e io mi lancio giù per le scale per raggiungere mio padre. Mentre scendo i gradini di corsa, la paranoia di aver lasciato le mie cose a disposizione di una potenziale ladra aumenta. Penso addirittura che avesse premeditato tutto da quando mi ha tenuta aperta la porta questa mattina. Faccio un inventario mentale di cosa ho portato oggi in biblioteca per assicurarmi, quando tornerò al tavolo, di non essermi fatto fregare nulla dalla bella ladra.

Quando raggiungo mio padre, mi dice che è l’anniversario con la mamma, che l’ha dimenticato, che entro sera dobbiamo trovare un regalo, che ha bisogno del mio aiuto subito, che dobbiamo andare ora a girare per negozi, prima che chiudano. Mi innervosisco, gli chiedo perchè non è entrato in biblioteca a dirmelo, mi risponde che per accedere serve il tesserino dell’università e lui non ce l’ha. Scalpito coi piedi per la voglia di tornare dentro a curare le mie cose ma lui blatera qualcosa sui fiori che piacciono alla mamma e che forse sarebbero meglio di qualsiasi altra buffonata che potremmo inventarci noi due in queste ore. Mi tiene fuori cinque minuti e la mia ansia me li fa sembrare cinque anni. Alla fine gli dico che vado a prendere le mie cose e lo raggiungo in macchina. Lui ripercorre il vialetto e apre lo sportello dell’auto ma io non lo vedo perchè sto già risalendo le scale per assicurarmi che sia tutto dove l’ho lasciato e che quella ragazza carina abbia tenuto le mani a posto. All’ultimo dei quattro piani, la incontro, per le scale. “Scusa, ti ho aspettato ma non potevo più, sono di corsa” mi dice frettolosamente con quelle labbra rosse e carnose. Poi fugge per le scale e ho l’impressione che in una gara di corsa mi straccerebbe.

Agitato come un pazzo, corro al mio tavolo: le mie cose sono al loro posto. Mi calmo, tuttavia ho l’impressione che qualcosa sia stato spostato. Muovo quaderni e appunti su fogli sparsi, come se potessi ricavarne degli indizi, poi da un libro cade un foglietto: c’è scritto “Clara” e poi un numero di telefono e uno smile disegnato a matita…

La sera dopo cena, mio padre tira fuori un mazzo di gigli e lo porge a mia madre, lei esclama: “oh! Ti sei ricordato!”, si alza e bacia mio padre sulla guancia. Mio padre risponde: “è stato facile!” e mi fa l’occhiolino. Poi mia madre dice: “sono felice che tu abbia scelto un regalo così semplice e che tu non sia andato in paranoia come fai di solito! Noi donne a volte sappiamo essere così semplici! Ma… caro dove vai? Non ci si alza durante la cena, lo sai!” Mi dice.

“Scusa mamma” rispondo, “è importante… devo fare una cosa urgente. Basta con ansie e paranoie, vado a fare una cosa semplicemente” e a cuor leggero come non mi sentivo da anni, prendo il telefono e chiamo la bella Clara. Quando le dico chi sono, dall’altra parte del filo la sento sorridere e anche io sorrido.

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