Marlow svoltò l’angolo e si ritrovò in un parcheggio di cemento, circondato da alberi e aiuole ben curate. Era un pomeriggio d’inverno e Marlow, che non indossava le scarpe, iniziava a sentire il gelo corrergli rapidamente attraverso le dita dei piedi, su, su, fino alle mani. Si affrettò a raggiungere una panchina poco lontana, accanto ad una fontanella, si sedette e tirò su le gambe, appoggiando i piedi sul legno verde e ruvido, le ginocchia vicine al volto. Si cinse le gambe con le braccia e si guardò intorno. Per terra notò un fiammifero nuovo, così si abbassò per raccoglierlo, lo infilò nella tasca del suo giaccone sporco e logoro e poi tornò nella posizione di prima: avrebbe conservato il fiammifero per il momento in cui ne avrebbe avuto la necessità.Marlow non possedeva nulla, neppure un calendario, così che non sapeva nemmeno dire con certezza da quanto tempo fosse diventato un senzatetto. Era consapevole di aver perso tutto, di essersi lasciato sfuggire tante occasioni nella vita e di aver sempre ecceduto con l’alcol, ma non poteva far altro che piangere su quello che gli era rimasto, cioè nulla, poiché niente sarebbe potuto cambiare oramai che la vecchiaia era sopraggiunta ed aveva ammorbidito il suo corpo. Si guardò intorno a lungo, senza sapere bene cosa fare, come ogni giorno, poi senza rendersene conto, cullato dal suono delle lancette dell’orologio che non possedeva, ma immaginava, si assopì.

Quando si risvegliò era sera. Marlow cercò un autobus su cui salire per stare un po’ al caldo prima di finire col passare l’intera notte all’addiaccio, ma non conosceva quella zona, vicino al parcheggio, così gironzolò per molto tempo prima di trovare una fermata. Quando finalmente ne trovò una, attese e all’arrivo dell’autobus, salì e si sedette su uno degli ultimi sedili, quello più nascosto, perché sapeva di non essere una persona gradita agli altri passeggeri: li sentiva spesso parlar male di lui, pur consapevoli di essere sentiti. Marlow comunque amava i seggiolini in fondo all’autobus perché si trovano proprio sopra al motore e d’inverno, era davvero piacevole sedersi in un posto caldo come quello, e riparato dal vento per giunta. Si riaddormentò in poco tempo ma quando si risvegliò, era in un posto totalmente sconosciuto, ed il conducente non era di quelli gentili che lo lasciavano riposare nell’autobus vuoto, durante le notti d’inverno, così dovette scendere. Quando l’autobus si allontanò dalla fermata, Marlow si ritrovò in una via buia, senza neppure un lampione, e le poche luci che si potevano vedere, provenivano da case lontane, così sembravano delle piccolissime stelle lontane dal cielo. “Devo essere finito in periferia” pensò Marlow e si mise subito in cerca di un posto riparato per passare la notte. Mise le mani nelle tasche: in quella sinistra, sfiorò con le dita il fiammifero, ma poi prese la bottiglia di vino che conservava da tutto il giorno, con il collo che sporgeva fuori dalla tasca. Ne bevve un sorso poi continuando a camminare, trovò una costruzione e si avvicinò con l’intento di dormire appoggiato al muro, che era sempre un buon posto per ripararsi dal vento. Quando vi si avvicinò, scorse una grossa sagoma scura appoggiata al muro esterno di quella che mano a mano che si avvicinava, somigliava sempre più ad una fabbrica. Del fumo usciva da alcuni piccoli comignoli sul tetto e la costruzione sembrava scarna e senza  insegne.

Quando si avvicinò alla sagoma scura, Marlow si rese conto che si trattava di un mucchio di oggetti, accatastati uno sull’altro proprio attaccati al muro. Incuriosito, estrasse il fiammifero dalla tasca e lo sfregò contro il muro: una tenue luce si accese nel buio di quella periferia sconosciuta e Marlow si trovò di fronte ad un’infinità di orologi rotti, grandi, piccoli, a cucù, da taschino… pensò di essere nel cortile di una fabbrica di orologi, così girò attorno alle alte pareti dell’edificio, tutte circondate da cataste di cucù e orologi a cipolla, fino a quando raggiunse una finestra che illuminava un piccolo spiazzo alle sue spalle. Marlow si arrampicò sulla catasta di pendole, e sbirciò all’interno.

I due operai si occupavano di lasciar scorrere su un nastro trasportatore una miriade di orologi, limitandosi a guardarli stando seduti su sedie di legno, uno affianco all’altro. Gli orologi scorrevano lentamente davanti ai loro occhi, fino a raggiungere una piccola tendina che li faceva finire nel giardino, per terra, dove Marlow li aveva visti accatastati.

“Secondo te, ” disse il primo dei due operai, “secondo te quando arriverà il nostro orologio?”

“Quindi è questo che pensi mentre guardi gli orologi…” rispose l’altro.

“Mi vuoi far credere che non te lo sei mai chiesto?” riprese il primo.

“Faccio solo il mio lavoro…” disse scocciato il secondo, guardando altrove.

“Io capisco la tua dedizione al lavoro, ma penso che qualsiasi uomo, sapendo che questi orologi non sono semplici orologi… voglio dire… sapendo che sono vite umane in realtà e che quando raggiungono la fine del nastro trasportatore vuol dire che quell’umano ha raggiunto la morte… voglio dire, come fai a non chiederti quando arriverà il tuo?”

“Io…” balbettò l’altro, come se quelle parole avessero smosso qualcosa in lui, “io… non ti nascondo che ho immaginato spesso di andare a cercare il mio… per farlo sparire, intendo… per non farlo finire sul nastro trasportatore…”

“Sarebbe innaturale… ” disse l’altro operaio in tutta risposta, come se si fosse posto il problema da tempo ed avesse già imparato a convivere con la triste realtà delle cose.

I due tornarono a fissare gli orologi in silenzio poi uno disse all’altro: “che faresti se avessi in mano il tuo orologio?”

Marlow, rimasto a sbirciare i due dalla finestra, non aveva sentito una parola perché il vetro era chiuso, ma si era goduto per qualche tempo il tepore che proveniva dal vetro. D’un tratto fece un piccolo movimento col piede nudo e la catasta di orologi franò sotto di lui facendolo finire a terra in malo modo. Si rialzò da terra e, convinto di trovarsi nel cortile di una fabbrica di orologi qualsiasi, andò a sdraiarsi al riparo, vicino ad un muro facendosi spazio fra le pendole ed i cucù. Si addormentò di nuovo, sentendo che il vino iniziava a scaldargli il cuore ed i piedi.

“Guarda quello!” disse uno dei due operai.

“Quale?” chiese l’altro.

“Ma quello, vedi? Quello piccolino! Quell’orologio da taschino, vedi com’è pieno di intarsi dorati?”

“Ah, sì… ne ho visti altri simili…”

“Guarda che non ne esistono due uguali!” disse l’operaio che aveva iniziato il discorso, come se parlasse con uno nuovo del mestiere.

“Lo so.” Rispose l’altro seccato. “e poi hanno le incisioni dei nomi, sopra!”

L’ operaio si alzò dalla sedia e guardò da vicino il nome inciso nell’oro, “qui dice Marlow…”

“Bel nome…” rispose l’altro, mentre l’orologio raggiungeva la tendina alla fine del nastro trasportatore e cadeva, nel cortile della fabbrica del tempo, sotto ad un cielo senza stelle.

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  1. babs
    Nov 04, 2014

    è il primo tuo racconto che leggo! Marlow!! La storia è affascinate e mi sono messa a pensare al libro della fabbrica di cioccolato…le illustrazioni che si possono vedere nel libro mi fanno pensare a Marlow. Mi piace questo racconto ma mi dispiace che non si sappia qualcosa in più del personnaggio così quando muore si può intuire il suo stato d’animo. Marlow è un senzatetto ma non sappiamo niente di lui…comunque adoro il tuo stile! Brava.

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