Fra i corsi a cui ho deciso di iscrivermi nella mia nuova università francese, ce n’è uno che preferisco in particolare: si tratta di un corso di letteratura contemporanea per l’infanzia per il quale ciascuno studente porta un libro per bambini illustrato e dopo averlo studiato per bene a casa, mostra agli altri studenti quello che ha scoperto delle tematiche nascoste del libro e dei messaggi subliminali. Ci sono pochi ragazzi al corso, ma uno in particolare mi affascina. I suoi capelli sono neri e appiccicati alla testa. Scarabocchia continuamente disegni sul suo quaderno. Ha il tic di spingersi gli occhiali sul naso e ho l’impressione di piacergli ma che non riesca a trovare il modo di parlarmi.

Il giorno della mia esposizione, sono in ritardo di qualche minuto e il ragazzo dai capelli neri ha già iniziato l’esposizione del suo libro. Sulla copertina del mio album c’è un’immagine ad acquerello di un bambino tenuto a penzoloni per un piede da una piovra gigante: è una buffa storia di avventure, intitolato “la verità sulle mie incredibili vacanze.”
L’unico posto libero in aula è accanto al ragazzo strano, così senza pensarci troppo vado a sedermi e appoggio il mio album sul banco. Mentre parla, sento che la sua voce si incrina un po’. La sua presentazione non è perfetta e sembra insicuro sui contenuti. Mi chiedo se la colpa sia mia. Dopo di lui un’altra ragazza attacca a parlare, e il ragazzo con gli occhiali si schiarisce la voce e mi dice, indicando il mio album: “posso sfogliarlo?” dico: “ok” e lui prende il mio libro e lo studia rigirandoselo fra le mani. Io ascolto la presentazione della ragazza che parla e quando mi volto verso il ragazzo, sta ricopiando a mano libera la copertina del mio album sul suo quaderno. È ben fatto, penso, ma io saprei fare meglio la piovra gigante. Apro il mio quaderno e ricopio la copertina del mio album cercando di fare meglio di lui. Ogni tanto mi guarda. Come una sfida, cerchiamo di aggiungere ciascuno più dettagli possibili, alla fine sono costretta a interrompermi, richiamata all’ordine perché tocca a me presentare l’album, ma sono comunque soddisfatta perchè dovendolo mostrare alla classe, devo toglierglielo da davanti e nemmeno lui puó continuare a disegnare.

La lezione successiva, il ragazzo strano è seduto lontano da me. Disegna qualcosa, facendo finta di niente, lo gira perché io possa vederlo. È un cerbiatto bellissimo. Parte la sfida e disegno un cerbiatto favoloso. Quando la lezione finisce, lui si alza e passando “casualmente” dietro di me, butta un occhio al disegno. Nella lezione successiva sono io che lancio il tema “albero con altalena” ed entrambi partiamo in quarta per fare il disegno migliore.

Alla fine di una delle ultime lezioni del corso, durante la quale io e il ragazzo strano abbiamo duellato sul tema “balena”, la professoressa mi chiama per parlare con lei in un angolo. “La sua presentazione è stata una delle più brillanti” mi dice, “ma sa che deve essere valutata anche sulla partecipazione alle lezioni e sugli interventi in classe”.
Il ragazzo strano guarda con la coda dell’occhio. Mi hanno beccata e a lui no. Ha vinto. Esce dall’aula con un’espressione enigmatica.
La professoressa continua: “ho notato la sua sfida con Nicholas. Piantatela per favore e tornate a comportarvi da dottorandi. È tutto.” dice. Le sue parole sono severe ma non sembra arrabbiata. Mentre esco dall’aula sento che dice: “e comunque la sua balena era meglio di quello di Nicholas!”, poi mi sorride. Mentre esco dall’aula incrocio lo sguardo col ragazzo strano che origliava ancora fuori dalla porta, ha sentito tutto. Ha un’espressione triste. “secondo me era meglio la tua questa volta…” dico, poi mi allontano e con la coda dell’occhio vedo che per la prima volta da quando l’ho incontrato a lezione, sorride.

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