Testo di Claudio Inverno Occhipinti

Il Capitano Thomas Fisher sospirò, strofinando una mano tra le lenzuola sfatte. Un’altra nottata malinconica. Le mura ingiallite della camera sudicia gli facevano mancare il calore della sua casa a Portland. Tirò fuori una bottiglia di whisky e ne bevve qualche sorso. Andava così da dieci anni ormai: centinaia di navi condotte da un porto all’altro e la famiglia lontana, a volte per mesi. Il Capitano Thomas aveva una bellissima moglie, Sara e un figlio di nome Carl, di appena sei anni. Il Capitano diceva sempre che la parte più bella di una partenza è il viaggio di ritorno, e che il vuoto che la mancanza crea si colma ogni volta che si rientra a casa. Quando il Capitano era salito per la prima volta su una nave, sua moglie lo aveva aspettato contando i secondi e da allora, di ritorno da ogni suo viaggio, la trovava in porto, colpita dal vento e dall’euforia di rivederlo, con i capelli biondissimi, del colore del sole, sollevati in aria, e fra le braccia il piccolo Carl che già respirava il dolce sapore del mare.

“Siamo di nuovo io e te, amica mia” – disse il Capitano contemplando la lucentezza della bottiglia di whisky.

Non era un marito perfetto, troppo assente. A volte poi, litigava con Sara il giorno prima di una partenza, e non c’era cosa peggiore che salire sulla nave e cercare, fuori dall’enorme finestrone di comando, uno sguardo che non c’era… e quell’ultimo saluto mancato lasciava sempre il segno. Spesso usciva sul ponte a respirare l’aria salmastra, ad annusare i ricordi e a godersi quella sinistra libertà che spesso significava convivere col dolore. I ricordi affioravano alla mente del Capitano ed egli, portandosi una mano al cuore, stringeva forte, cercando di attenuare quella nostalgia e quel desiderio di perdono inappagabile. “Il mare non è altro che acqua che inghiotte i ricordi” – pensava allora tra sé. A volte ripensava a quando nella casa di Portland si svegliava nel cuore della notte, facendo fatica a realizzare di essere a casa. Raggiungeva la camera in cui dormiva suo figlio Carl, e lentamente gli rimboccava le coperte. Dava a suo figlio un bacio lieve, nel sonno, poi gli sussurrava all’orecchio: “Dormi con gli angeli, piccolo”.

Il Capitano sfilò dal portafogli una foto in cui Sara e Carl si abbracciavano stretti, poi bevve altro whisky sperando di perdere i sensi e avvicinarsi a loro in sogno. “Se avessi saputo di dover sopportare tutto questo dolore non sarei mai partito!” – singhiozzò stringendo tra le mani quella foto, e lasciando scivolare lentamente una lacrima lungo il viso. Il Capitano Thomas ricordava bene le urla furiose, e le lacrime di sua moglie Sara prima di ogni partenza. Lei desiderava tanto poter avere suo marito più vicino e vedere suo figlio Carl sorridere come faceva solo con suo padre. Avrebbe anche voluto trasferirsi in Michigan tanti anni prima, quando al Capitano era stato offerto un lavoro al porto, ma restare a terra ad aspettare l’imbarco di navi e a formare il personale non faceva per lui; navigare gli oceani, guidare un imponente nave da carico, diventare un Capitano, questo era quello che davvero desiderava. “Mi chiameranno Capitano, e a bordo tutti mi rispetteranno” – aveva detto a sua moglie quando gli era stato proposto di comandare l’ equipaggio di una nave da carico che girava il mondo. Lo stipendio era allettante e avrebbe permesso a Carl di frequentare un’ottima scuola. E avrebbero comprato una casa da fare invidia a tutto il vicinato… Sara aveva visto negli occhi di suo marito Thomas lo sguardo di chi ha già deciso, ma non era triste. Sul momento la distanza le era sembrata un compromesso accettabile ma col passare degli anni, il tempo sottratto alle cose che lei reputava essenziali era diventato insopportabile.
“Mio figlio mi vuole bene, io gli voglio bene, e lo sto tirando su come si deve” – aveva urlato il Capitano furibondo una sera, dopo aver messo il piccolo Carl a letto. “Sono io che sto tirando su tuo figlio” – aveva risposto Sara cercando di coprire la sua voce, “sono cinque anni che tuo figlio aspetta che tu gli rimbocchi le coperte e io aspetto che mio marito scenda da quella nave e mi guardi negli occhi! E del mare di lacrime che verso quando non ci sei non te ne parlo mai, perché tu sei li fuori su qualche nave, e non sei qui e anche a me manca il mio Capitano!”
Egli l’aveva guardata negli occhi per la prima volta dopo tanto tempo. Dentro ci aveva visto un mare di tristezza, ma soprattutto un diluvio di lacrime e delusione.
Il mattino seguente il Capitano era partito a malincuore, ma al ritorno da quel viaggio scoprì che sua moglie e suo figlio non erano andati al porto a dargli il bentornato. Ancora non sapeva che quella mattina sua moglie e suo figlio erano periti in un incidente d’auto mentre si dirigevano di corsa al porto e che non li avrebbe abbracciati mai più.
“Sono ancora troppo lucido” – ripeté leccando l’ultima goccia di whisky dal collo della bottiglia; “… sono ancora troppo lontano da casa per riuscire a dormire”. Era la serata perfetta per ricordare, il quinto anniversario della morte di Sara e Carl. Gli anni erano passati ma ogni ritorno a casa era ancora straziante e triste come l’ultimo spettacolo che aveva visto negli occhi di sua moglie, due occhi bagnati di quel blu del mare in tempesta.
“Adesso dormi con gli angeli, piccolo mio.” – la bottiglia vuota rotolò sul pavimento, il vento leggero mosse la tenda della finestra. Il Capitano cercò di rimettersi in piedi ma cadde a terra pesantemente. Aveva scelto di prendere in sposa la donna più bella dell’emisfero Nord, di farsi carico di mille ricordi che riaffioravano con le onde fin dentro l’anima e ora la solitudine lo distruggeva. Aveva passato cinque anni a rimpiangere di non aver navigato prima quegli occhi e a maledirsi per aver confuso l’oceano con l’infinito.

Eccolo a terra il Capitano, con lo sguardo di un uomo che torna a casa dalla famiglia, ma non può più abbracciare suo figlio e sua moglie. Con quei capelli biondissimi, più del sole, l’ha cercata per mare, e la cerca a terra, tutte le volte che ritorna a casa. Ha ragione il Capitano: la parte più bella di una partenza è il viaggio di ritorno verso casa, quando si pensa che una volta tornati ci si possa finalmente sbarazzare di quella dolorosa nostalgia o per lo meno si possa annegare in un mare di ricordi.


Secondo classificato nel concorso “Dreaming Writers”

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