Quando alle sette del mattino esco di casa per andare al corso di yoga, è ancora buio pesto ed una lieve pioggerellina mi colpisce piano sul volto. Mentre cammino, dispiego il foglietto che il mio amico ha scritto per me, per spiegarmi come arrivare. Sono già stata lì, è una grande sala dalle pareti bianche ed il pavimento di uno strano materiale nero gommoso che a volte viene utilizzata per lo yoga e altre volte per dei corsi di teatro. Il mio amico mi ha portato con sè una sera, per una serata di prova, ed ora che devo andare da sola per la prima volta, guardo il foglietto cercando di decifrare quello che mi ha scritto. Dice di superare degli edifici tutti uguali, un grande muro giallo e poi forse girare a destra. Vorrei chiedere a qualcuno delle indicazioni ma per le strade non c’è nessuno. Vado avanti e giro a destra, poi ancora a destra. Continuo a leggere il foglio e camminare ed alla fine arrivo davanti al grande portone marrone scuro di metallo. La maniglia sembra una di quelle grandi valvole delle navi, la giro come fosse il volante di un automobile ed entro.

Il giardino interno è buio ma qualcuno ha acceso una serie di lumini elettrici da un lato e dall’altro del vialetto che guidano fino all’ingresso della sala. Nell’ombra vedo una specie di statua in mezzo al sentiero. Due occhi brillano e mi guardano. È un gatto grigio e grasso, quando gli passo accanto, resta seduto, impassibile e a me viene un brivido lungo la schiena che mi fa affrettare il passo. Quando raggiungo la porta della sala, la apro e rimango gelata davanti a quello che vedo: alcune dame con abiti veneziani rosso scuro, ampi e composti da più stoffe messe insieme, danzano indossando piccole maschere che coprono solo gli occhi. Con una mano sfiorano degli uomini danzanti che indossano vestiti blu ricamati con tanti tipi di pizzo. Le pareti sono ricoperte da tappeti. Una musica malinconica serpeggia fra le coppie ed un uomo con una maschera argentata dal becco lungo, si fa strada e raggiunge il centro della pista suonando un violino rossastro. Una donna che poco prima danzava, si accascia sul pavimento e mentre una dama le fa aria con un ventaglio, altre si muovono sinuosamente vicino al suo corpo e fanno giravolte attorno a lei. Mentre li guardo ed indietreggio, sono spaventatissima, sfuggo alla tettoia e la pioggerellina ricomincia a bagnarmi il viso. Sento che il violino ora suona un pizzicato. Inciampo in un gradino, guardo a terra poi alzo lo sguardo. I ballerini si sono fermati. La musica si è fermata. Tutti sono girati verso di me e mi fissano. Le loro maschere brillanti emettono lievi bagliori. Sento dei passi di piedi nudi battere contro il pavimento gommoso, poi vedo una donna con un grande abito bianco che arriva svelta verso la porta. Ha una maschera nera di pizzo sul volto ed i suoi occhi neri mi guardano a fondo. Dentro di me sono atterrita ma cerco di non svenire. La donna mi guarda, poi butta un occhio alla mia sacca per lo yoga e alle mie scarpe.
“È martedì oggi. Le lezioni di yoga sono il mercoledì mattina. Oggi c’è il corso di teatro” dice secca, poi mi chiude la porta in faccia. Per un attimo rimango immobile. Il buio inizia a diminuire, il giorno sta arrivando. Il gatto grigio e grasso si avvicina e si struscia contro le mie caviglie mentre la pioggerellina è diventata candida neve.

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