Testo di Mihaela Iacob

È una bella serata estiva,fresca e leggera. Il venticello soave muove delicatamente i miei lunghi capelli scuri e provo una sensazione soffice, quasi come se dovessi fluttuare indisturbata sui lunghi e sottili fili di erba. Sofia continua a spiegare entusiasmata i progetti estivi che sta preparando per noi due.
-”…una settimana al mare, solo noi due, sarebbe semplicemente magnifico. Abbiamo bisogno di concederci un attimo di relax e di staccare dalla vita frenetica che stiamo conducendo.”
Ogni tanto percepisco il suo timbro di voce eccitato, che indica già un’immaginazione dettagliata del viaggio che andremo a fare in un periodo indefinito. Lei continua a farneticare velocemente tutti i propositi ed a organizzare le uscite serali , d’altra parte io sento una trascendenza spirituale acuta. La mancanza di luce elettrica ed il panorama stellare mi incantano a tal punto da edificarmi attorno una bolla di insonorizzazione invisibile. Il cielo, ormai quasi scuro, dispiega le sue lucentezze notturne, opere d’arte naturale invisibili ai processi giornalieri umani. All’improvviso mi fermo e sorrido docilmente : ho trovato la posizione giusta per poter osservare i corpi celesti. Sofia comprende e stende la coperta . Ci buttiamo contemporaneamente e ci accingiamo a sfruttare al meglio la serata lontana dal suo lavoro e dai miei esami universitari. I nostri capelli si intrecciano , i visi affiancati e i due sguardi rivolti verticalmente all’immensità del cosmo. È il 10 agosto , la cosiddetta notte di San Lorenzo: il lasso di tempo notturno pieno di raggi improvvisi e temporalmente troppo corti per riuscire a percepire l’intera sontuosità delle code luminose degli asteroidi. Ogni anno ci ritroviamo ad isolarci dalla città ed a raggiungere qualche spazio protetto dalle montagne e lontano dalla globalizzazione mondiale per ricordarci la nostra piccolezza, ma allo stesso tempo l’immensità ed indefinitezza dell’ambiente che abbiamo in qualche modo colonizzato. Il viola appena accennato del firmamento richiama alla mia mente alcuni fotogrammi dell’infanzia. Un caldo afoso mi impediva di respirare profondamente ed ogni tanto annaspavo per la fatica. Ero una vispa bambina di sei anni , che aveva deciso di essere abbastanza grande da rubare per un pomeriggio intero la bicicletta rossa di suo nonno. Essa ai miei occhi rappresentava quella classe sociale saggia e responsabile , che veniva pienamente ricoperta da un’aura di rispetto ossequiata da tutti , perfino dagli adulti. Ricordo ancora la strada sterrata che collegava la casetta dei miei nonni all’unica strada asfaltata del villaggio .Ogni minorenne abitante quella stradina non lastricata accorreva ad unirsi al mio gruppo di cuginetti. Si vociferava, si urlava, si esortava a vincere la gara inventata di velocità. Ogni partecipante doveva concorrere sulla rispettiva bicicletta ed arrivare alla fine del vialetto, superando sia il suo acerrimo avversario , ma soprattutto il dosso presente subito prima dell’arrivo ufficiale. Eravamo circa dieci ragazzini, pronti a mostrare la propria bravura su ferri arrugginiti. Avevamo deciso che la partenza si sarebbe ubicata davanti al cancello dell’abitazione grigia di mio nonno. Inoltre avevamo deliberato di far partire per primi i più piccolini, in quanto meno pazienti e forse un po’ più rumorosi : noi eravamo abbastanza tesi da rimanere in silenzio e concentrarci sulla tattica migliore da adottare per raggiungere il successo. Seduta su una panchina, sotto un albero di noce, continuavo a fissare i ciottoli del viottolo mentre i miei pensieri viaggiavano e si abbracciavano alla paura di cadere dalla bicicletta. Chiudevo gli occhi per scacciare via il fantasma di una mosca che non doveva neanche esistere :dovevo finire la gara senza esitazioni, per mantenere alta l’aura di veemenza che emanava la bicicletta. Mi stavano chiamando. “Chiara, tocca a te, dove sei finita?” Con un balzo deciso mi ero già affiancata all’altro mezzo. Era blu. “Tre, due , uno!” I piedi sui pedali ed il viso in avanti, quasi come se stessi già creando la scia da seguire per arrivare alla fine. Sentivo solo l’aria in faccia, dovuta alla velocità, ed il rumore della catena che girava. Non percepivo la presenza del mio avversario e ciò mi rincuorava , perché sentivo già la soddisfazione della vittoria. Il dosso. Stavo delineando la forma del dosso che dovevo superare per gioire della riuscita. Non era tanto alto e perciò avevo deciso di non diminuire la velocità , non sfiorando neanche con il pensiero i freni. Qualche metro ed era tutto finito nei migliori dei modi possibili : avrei vinto. Ero sul dosso, stavo controllando la situazione. All’improvviso mi bruciarono gli occhi ed un gusto di terra mi invase la bocca. Anche il respiro era permeato da quel odore di polvere secca. L’interno coscia della gamba destra mi doleva e pulsava fastidiosamente. “Chiara, stai bene?Ti sei fatta male?” Provai ad aprire gli occhi e vidi tutti i ragazzi che mi stavano fissando spaventati. Mi avevano completamente circondata. Con molta lentezza ero riuscita a sedermi e vidi la bici di mio nonno coricata per terra, subito dopo il dosso. “Dovevi frenare, Chiara!” “Si, lo so. Ho sbagliato” ”Hai fatto un volo enorme e hai sbattuto la gamba contro il tubo superiore.” Sorrisi per non far preoccupare ulteriormente nessuno. Mi guardai la coscia dopo qualche giorno ed il colore era lo stesso della sfera celeste attuale: viola scuro.
-” Comunque , secondo me , dovremo anche affittare delle bici per fare un giro sulla riviera ligure. Che cosa ne pensi?” Sorrisi dolcemente. “Sono d’accordo Sofi, ma io sceglierò una bici da donna, senza tubo superiore.”


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