Testo di Marco Fogliani

Ogni mattino, al sorgere del sole, è mia piacevole abitudine immergermi nella lettura.

Stamattina il gallo era di buon umore, ed aveva tanta voglia di cantare. Per alzarmi ho atteso di veder filtrare il primo coraggioso raggio di luce della giornata. Cercando di non turbare troppo la quiete dell’alba – punteggiata, gallo a parte, dal cinguettare festoso degli uccellini – sono sceso dal mio vecchio letto cigolante, ho indossato le mie fedeli pantofole ed ho aperto le imposte della mia stanza. La vista di lassù è sempre ugualmente bella, seppure mai uguale – oggi una nuvola più scura e arruffata là nell’angolo; ieri la foschia che saliva dalla valle. Una villa come tante in Toscana, la villa di famiglia, dei miei nonni e degli avi prima di loro. In primo piano, in tutta la sua bellezza, il giardino ben curato, coi suoi vialetti e gli zampilli alle fontane; ma l’alto muro di cinta non impedisce allo sguardo di spaziare sulle colline circostanti, le vigne, la strada che porta al paese arrampicato su quella collina. Toh, ieri il nostro giardiniere tuttofare ha dimenticato la carriola là sotto l’albero; e laggiù un carretto se ne va per le campagne del vicino. E quelle nuvole nere là in fondo non promettono nulla di buono. Per il resto è tutto a posto, sarà una giornata normale tale e quale a tutte le altre. Per arrivare alla biblioteca passo davanti alle stanze chiuse delle mie figlie – ne sono rimaste due ancora non maritate, e chissà se mai lo saranno – e della zia Luigina, e scendo il grande scalone. Anche la servitù è ancora addormentata; ma la zia Luigina a volte la trovo già in cucina, a trafficar con le verdure dell’orto o coi fornelli.

Leggo molto adagio, per questo in genere riprendo il volume dal tavolo della biblioteca così come l’avevo lasciato il giorno prima. Ma quando lo finisco, passo decine di minuti per scegliere il successivo, tirandoli fuori dagli scaffali uno a uno, rigirandomeli in mano e cercando di capire dalle premesse o introduzioni se siano adatti al mio gusto ed al mio umore, o se per caso li abbia già letti. Ultimamente sto leggendo degli autori toscani poco conosciuti del secolo scorso che evidentemente a mio nonno, il principale artefice di questa piccola collezione di volumi, interessavano molto. Ma alle volte mi trastullo anche non poco, e per non poco tempo, nello sfogliare quei due o tre tomi scritti a mano in latino: di quelli con le lettere di inizio pagina dorate ed istoriate, provenienti da chissà dove e da chissà quando – probabilmente qualche antico monastero. Sono i pezzi forti della raccolta. Nessuno in quella casa, oltre a me, frequenta la biblioteca. Lo dico con certezza non solo per la polvere che trovo sia sui volumi, che in ogni oggetto della stanza. “I libri non sono roba per donne”, mi sento dire dalle mie figlie e dalla zia, loro istigatrice, sempre indaffarate con tombolo, stoffe e uncinetto o, la piccola, coi pennelli. Ed io hai voglia a ricordar di scrittrici e poetesse che, almeno quelle, meriterebbero la loro attenzione: è come parlare a un muro. Meglio così, forse: la biblioteca resta tutta mia, mio regno incontrastato e mio rifugio. Se qualcuno mi vuole sa dove trovarmi. Almeno fin verso le nove, allorchè sento le galline razzolare ed i cani abbaiare, richiudo i libri e vado a prepararmi per ricevere visite o ancora meglio, a seconda dei giorni, per una piacevole battuta di caccia.

Ogni mattina quando si alza il sole, è mia abitudine dedicarmi per un po’ di tempo alla lettura. Ma oggi invece ho preferito rimanere a letto, sveglio ma con gli occhi chiusi, ad immaginare come sarebbe stata la mia giornata in una di quelle ville sontuose – che mi ricordano molto la villa dei miei nonni – descritte da alcuni vecchi scrittori toscani poco conosciuti del sette-ottocento, Scrittori di cui faccio conoscenza ogni mattina spaziando per la vastissima biblioteca che è internet, fintantochè il mio piccolo loculo abitativo, un monolocale con angolo cottura e bagno di meno di quaranta metri quadrati, non viene invaso dai rumori della strada indaffarata – clacson, camion della spazzatura, gente che parla ad alta voce – e dalle voci urlanti dei miei vicini: tre bambini con mamma isterica che li deve accompagnare a scuola e che sono sempre in ritardo. A quel punto so che la mia lettura finisce, e anche per me deve ricominciare la solita giornata.


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