Con la testa fra le nuvole

di Charlie Foo |

Stavo per fare il bucato in lavanderia quando è successo.

Di solito combinavo qualche pasticcio. Sbagliavo a fare la lavatrice e qualche camicia – di solito la più costosa – diventava irrimediabilmente azzurra. Finivo sempre per buttare metà delle cose che infilavo nell’oblò. Quel giorno però ero ottimista: ero riuscito a schivare un taxi giallo che rischiava di investirmi proprio davanti alla lavanderia e all’improvviso mi ero sentito di nuovo giovane e prestante.

Infilai i vestiti nella lavatrice a gettoni e mi sedetti sulla sedia ad aspettare fiducioso fissando l’oblò.

Nell’attesa mi misi a giocherellare con una monetina. Ci tenevo così tanto a quella moneta! Non era preziosa, ma era particolare: si trattava di una monetina truccata, con due teste. Quante scommesse avevo vinto con quella moneta! Ci tenevo proprio a quell’oggetto, ecco perché quando mi cadde, mentre me la facevo passare fra le dita, e rotolando veloce andò a finire sotto alla lavatrice imprecai a bassa voce.

Restai un attimo ancora seduto, a fissare i vestiti che giravano nell’oblò. Uffa. Dovevo recuperare la mia monetina a due teste. Non era solo un oggetto. Ci ero affezionato. Con un sospiro mi avvicinai alla lavatrice. Ero pronto a smontare la lavanderia per recuperarla. Raccolsi tutte le mie forze e riuscii a tirare in avanti la lavatrice ma quello che trovai mi lasciò a bocca aperta.

Della mia monetina non c’era traccia ma non me ne importava più granché. Nel muro dietro alla lavatrice c’era un buco enorme. Un’apertura grande quanto la lavatrice stessa. Al di là del muro c’era un prato, il sole splendeva alto nel cielo, c’erano nuvole bianche e fumose. L’erba del prato sembrava fresca e invitante, ma  in fondo alla distesa si intravedeva un ampio dirupo, profondissimo. Si sentiva il rumore del vento provenire dal fondo. Incuriosito, mi infilai nel muro. E comunque non avevo nulla di meglio da fare.

Camminai sull’erba. Il terreno era morbido. C’era profumo di foglie umide. Mi avvicinai al bordo del dirupo e guardai verso il basso. Non avevo mai sofferto di vertigini ma, accidenti, quella parete di roccia sotto i miei piedi sembrava non finire mai! Un brivido mi corse lungo la schiena, ma poi l’ansia lasciò il posto alla meraviglia: sul fondo c’era un bellissimo prato di un verde brillante e tutto costellato di fiori colorati, come un cielo nel terreno. Decisi di sedermi con i piedi a penzoloni: rimasi lì seduto per una decina di minuti, con gli occhi socchiusi, il vento fra i capelli, una grande pace dentro e la lavatrice che doveva ancora arrivare alla centrifuga. Quando riaprii gli occhi mi sentivo profondamente rilassato e in armonia con quello splendido paesaggio.

D’un tratto sentii qualcuno urlare “Parapendii! Qui si vendono parapendii!”. Mi girai stupefatto a guardare da dove provenisse quella voce roca: non molto lontano da me, un ometto basso e grassoccio, mi sorrideva e continuava ad urlare come fosse al mercato quasi come non si accorgesse che in quella strana oasi c’eravamo solo noi due. Mi avvicinai alla sua bancarella e lui iniziò:

“Allora giovanotto?! Continui a fare la mammola o ti decidi finalmente a buttarti col parapendio?”. Già lo odiavo.

“Spiacente ma non ho denaro.” risposi scocciato.

“Mi pagherai più tardi!” urlò quasi si stesse arrabbiando, “Fammi vedere che sai fare, avanti!”.

Si avvicinò a me, mi infilò l’attrezzatura, mi diede un parapendio dall’ala rossa e mi spinse continuando a borbottare qualcosa fino al bordo del precipizio. Non so perché lo lasciai fare senza oppormi, forse era quel desiderio di raggiungere il bel prato al di sotto del dirupo che mi impediva di dirgli che non avevo mai fatto una cosa simile e che non sapevo se ne sarei uscito vivo. Avrei voluto chiedergli informazioni tecniche, avrei voluto chiedergli se aveva calcolato la velocità del vento, la pendenza del dirupo, se i fasci avrebbero retto il mio peso, se ci fosse il paracadute di emergenza, ma non ne ebbi tempo. Mi spinse vicino al dirupo e senza preavviso, quell’ometto fastidioso e grassoccio,  mi diede uno spintone buttandomi di sotto.

All’inizio mi sentii morire. La sensazione del vuoto mi fece mancare l’aria.  Guardavo i miei piedi e poi il cielo e poi ancora i miei piedi e aspettavo l’infarto. In un secondo momento mi accorsi di star precipitando, più che planando. Ero vicinissimo alle pareti del precipizio. Iniziai a convincermi che presto mi sarei sfigurato il volto contro la roccia. Chiusi gli occhi con forza sperando che fosse solo un brutto sogno, ma sentivo ancora l’aria sulle orecchie e la faccia fredda. Strinsi ancora di più gli occhi. Poi i minuti iniziarono a passare, sempre più velocemente. Iniziai ad abituarmi a quello che si provava  e sentii che avevo smesso di precipitare e avevo iniziato a planare. Realizzai che volavo ormai da alcuni minuti e tutto stava andando bene. Riaprii gli occhi. Stavo volando. Iniziai a godermi la discesa e a guardarmi intorno: sotto di me si allargava a perdita d’occhio quella distesa erbosa che sembrava non avere confini, come quando si guarda il mare di notte da una barca. Ogni tanto qualche macchia di colore interrompeva la monotonia dell’erba: del giallo, del bianco, si trattava di fiori e piantine profumati. Immaginai fosse piacevole godere di quel prato stando sdraiati sulla schiena a guardare le nuvole. Tirai un lungo sospiro e mi godetti il paesaggio fino a quando non rimisi finalmente i piedi per terra.

Dopo un atterraggio piuttosto maldestro, mi guardai in giro e non riuscii a vedere nulla a parte fiori e erba. Quell’oceano di fiori che avevo visto dall’alto, godendomi il paesaggio, era circondato dalle alte pareti rocciose e d’un tratto mi apparve un deserto da cui non sarei mai più tornato. Mi tolsi di dosso l’attrezzatura del parapendio, iniziai a camminare su e giù nervosamente e senza meta. Dov’era finito l’ometto grassoccio? Avevo bisogno di lui, era lui che mi aveva messo in quel pasticcio! Doveva essere ancora in cima al dirupo, pensai, e d’istinto guardai verso l’alto. Con mio grande sollievo, lo vidi planare con un parapendio dall’ala blu. Da come si muoveva nel cielo, capii che doveva essere un esperto e iniziai a tranquillizzarmi. Mi sdraiai nell’erba a guardarlo scendere. Atterrò piuttosto lontano da me, così mi alzai e lo raggiunsi facendo una corsetta.

Quando arrivai da lui, mi sorrise. Con la voce roca che non avevo dimenticato mi chiese: “Allora? Ti sei divertito?” poi tossì rumorosamente come fanno i fumatori.

“è stato divertente, sì!” gli risposi sorridendo. Tutto sommato era stata un’esperienza unica benché la situazione fosse piuttosto stravagante. “Mi piacerebbe diventare esperto come lei” continuai “ma sono certo che servano anni di esperienza per quello, non è vero?” domandai.

“Avrai tempo, ragazzo!” mi disse l’ometto grassoccio, “Molto tempo!” poi rise facendomi l’occhiolino come se io sapessi a cosa si riferisse.

“Cosa intende?” gli chiesi, confuso.

“L’eternità è lunga, ragazzo!” mi sentii rispondere. Le sue parole mi rimbombarono più volte nelle orecchie, quando all’improvviso capii: “sono morto?” chiesi con voce tremante, guardando l’ometto dritto negli occhi. “Ma certo! In lavanderia non ci sei mai arrivato vivo! Non si attraversa la strada in quel modo, ragazzo!” rispose lui come se non ci fosse niente di più ovvio. Mi girò la testa, forte. Mi sedetti a terra, incredulo. Non sembrava vero ma in effetti tutta la situazione era talmente assurda che l’unica spiegazione era che ci trovavamo davvero nell’aldilà. Ero stato investito. Quel maledetto taxi giallo, pensai.

“Dunque è questo” gli chiesi, sempre stando seduto nell’erba ed alzando la testa verso di lui, “è questo che c’è dopo la morte?”. L’ometto basso e grassoccio ammiccò di nuovo.

“Per imparare a volare ci vuole impegno, dedizione e onestà carino… anche se forse non sono qualità da cercare in uno che va in giro con soldi falsi!” urlò ancora con quel tono da mercato. Seguì un’altra risata roca.

“Soldi falsi?” chiesi, confuso. Lui guardò a terra ed io mi girai in direzione del suo sguardo: nell’erba, affianco a me, brillava la mia monetina con due teste.

E fu così che scoprii che l’eternità è imparare a gettarsi da un burrone.


Charlie Foo

Charlie Foo

Autrice di "Seasons", Charlie è un'inguaribile viaggiatrice, sognatrice e femminista. Si ispira alla realtà per i suoi imprevedibili racconti.