Stavo per fare il bucato quando mi è successo. La maggior parte delle volte sbagliavo a fare la lavatrice e qualche camicia – di solite le più costose – diventava irrimediabilmente azzurrognola così generalmente finivo col buttare metà delle cose che avevo infilato nell’oblò. Quel giorno tuttavia mi sentivo piuttosto ottimista: ero riuscito a schivare un taxi giallo che rischiava di investirmi proprio davanti alla lavanderia e all’improvviso mi ero sentito di nuovo giovane e prestante. Dopo aver infilato gli abiti nella lavatrice a gettoni della lavanderia sotto casa, mi sedetti sulla sedia ad aspettare, fiducioso.

Tirai fuori una monetina dalla tasca, e mi misi a giocherellarci facendola passare fra le dita della mano. Non era preziosa, ma particolare, essendo una monetina truccata con due teste. Avevo vinto un sacco di scommesse con gli amici, grazie a quella fedele compagna, e vi ero ormai alquanto affezionato. Mentre la facevo saltare ancora fra le dita, la monetina mi scappò via e scivolò dietro la lavatrice. Con un sospiro mi avvicinai, pronto a smontare la lavanderia per recuperarla. Raccolsi tutte le mie forze e riuscii a tirare in avanti la lavatrice… Rimasi a bocca aperta! Non riuscivo a vedere la mia monetina ma non me ne importava più granché. C’era un buco nel muro, enorme al punto che ci sarebbe potuta passare benissimo una bicicletta. Dava su uno spiazzo erboso, si vedeva il cielo azzurro in cui qualche nuvola bianca fluttuava. In fondo alla distesa si intravedeva un dirupo profondissimo, riuscivo a sentire il rumore del vento provenire dal fondo. Incuriosito, mi infilai nel muro e sbucai dall’altra parte.

Quando mi avvicinai al bordo del dirupo, guardai verso il basso ed un brivido mi corse lungo la schiena. Non avevo mai sofferto di vertigini ma, accidenti, quella parete di roccia sotto i miei piedi sembrava non finire mai! L’ansia lasció poi il posto alla meraviglia, quando mi accorsi che sul fondo c’era un bellissimo prato di un verde brillante che trasmetteva un grande senso di tranquillità. Decisi di sedermi sull’orlo del baratro, con i piedi a penzoloni e rimasi lì seduto per una decina di minuti, con gli occhi socchiusi, il vento fra i capelli, una grande pace dentro e la lavatrice che doveva ancora arrivare alla centrifuga. Quando riaprii gli occhi mi sentivo profondamenre rilassato e in armonia con quello splendido paesaggio. D’un tratto sentii qualcuno urlare “parapendii! Qui si vendono parapendii!”. Mi girai stupefatto a guardare da dove provenisse quella voce roca: non molto lontano da me, un ometto basso e grassoccio, mi sorrideva e continuava ad urlare come fosse al mercato quasi come non si accorgesse che in quella strana oasi c’eravamo solo noi due. Mi avvicinai alla sua bancarella e lui iniziò: “Allora giovanotto?! Continui a fare la mammola o ti decidi finalmente a buttarti col parapendio?”. Già lo odiavo. “Spiacente ma non ho denaro.” risposi scocciato. “Mi pagherai più tardi!” urlò quasi si stesse arrabbiando, “fammi vedere che sai fare, avanti!”. Si avvicinò a me, mi infilò l’attrezzatura, mi diede un parapendio dall’ala rossa e mi spinse continuando a borbottare qualcosa fino al bordo del precipizio. Non so perché lo lasciai fare senza oppormi, forse era quel desiderio di raggiungere il bel prato al di sotto del dirupo che mi impediva di dirgli che non avevo mai fatto una cosa simile e che non sapevo se ne sarei uscito vivo. Avrei voluto chiedergli informazioni tecniche, avrei voluto chiedergli se aveva calcolato la velocità del vento, la pendenza del dirupo, se i fasci avrebbero retto il mio peso, se ci fosse il paracadute di emergenza, ma non ne ebbi tempo. Mi girò di spalle al dirupo e senza preavviso, quell’ometto fastidioso e grassoccio,  mi spinse nel vuoto.

Per i primi minuti ebbi l’impressione di morire: la sensazione del vuoto mi fece mancare l’aria, guardavo i miei piedi e poi il cielo e poi ancora i miei piedi ed aspettavo l’infarto. Poi alzai lo sguardo e mi accorsi che volavo vicinissimo alle pareti del precipizio così iniziai a convincermi che presto mi sarei sfigurato il volto contro la roccia. Piano, piano il panico se ne andò, quando mi resi conto che erano minuti che volavo e tutto stava andando bene. Iniziai a godermi la discesa e a guardarmi intorno: sotto di me si allargava a perdita d’occhio quella distesa erbosa che sembrava non avere confini, come quando si guarda il mare di notte da una barca. Ogni tanto qualche macchia di colore interrompeva la monotonia dell’erba: del giallo, del bianco, si trattava di fiori e piantine profumati. Immaginai fosse piacevole godere di quel prato stando sdraiati sulla schiena a guardare le nuvole. Tirai un lungo sospiro e mi godetti il paesaggio fino a quando non rimisi finalmente i piedi per terra.

Arrivato sul fondo del burrone, dopo un atterraggio piuttosto maldestro, mi guardai in giro e non riuscii a vedere nulla a parte fiori e erba. Quel luogo deserto mi sembrava d’un tratto una trappola infinita e profumata. Mi tornò il panico. Mi tolsi di dosso l’attrezzatura del parapendio, iniziai a camminare su e giù e poi a girare di qua e di là senza meta. Dov’era finito l’ometto grassoccio? Avevo bisogno di lui, era lui che mi aveva messo in quella brutta situazione! Pensai che sicuramente si trovava ancora in cima al dirupo e d’istinto guardai verso l’alto. Lo vidi planare con il suo parapendio dall’ala blu. Dal modo in cui si muoveva nel cielo, capii che si trattava di un esperto. Mi tranquillizzai e mi sdraiai sull’erba a guardarlo, in attesa che mi raggiungesse. Atterò piuttosto lontano da me, così mi alzai e lo raggiunsi facendo una corsetta.

Quando arrivai da lui, l’ometto mi sorrise e mi chiese con la voce roca che non avevo dimenticato “ti sei divertito?” poi due colpi di quella tosse rumorosa tipica dei fumatori. “sì!” gli risposi sorridendo. Mi ero divertito davvero, era stata un’esperienza unica benché la situazione fosse piuttosto stravagante, “mi piacerebbe diventare esperto come lei” continuai “ma sono certo che servano anni di esperienza per quello, non è vero?” gli domandai. “Avrai tempo, ragazzo” mi disse l’ometto grassoccio, “molto tempo!” poi rise, ammiccando come se io sapessi a cosa si riferisse. “Cosa intende?” gli chiesi, non capendo affatto a cosa alludesse. “ L’eternità è lunga, ragazzo!” mi sentii rispondere. Le sue parole mi rimbombarono più volte nelle orecchie, quando all’improvviso capii: “sono morto?” chiesi con voce tremante, guardando l’ometto dritto negli occhi. “Ma certo! In lavanderia non ci sei mai arrivato vivo! Non si attraversa la strada in quel modo, ragazzo!” rispose lui come se non ci fosse niente di più ovvio. Mi girò la testa, forte. Mi sedetti a terra, incredulo. Non sembrava vero ma in effetti tutta la situazione era talmente assurda che l’unica spiegazione era che ci trovavamo davvero nell’aldilà. Ero stato investito. Quel maledetto taxi giallo, pensai. “Dunque è questo” gli chiesi, sempre stando seduto nell’erba ed alzando la testa verso di lui, “è questo che c’è dopo la morte?”. L’ometto basso e grassoccio ammiccò di nuovo. “Per imparare a volate ci vuole impegno, dedizione e onestà carino… anche se forse non sono qualità da cercare in uno che va in giro con soldi falsi!” urlò ancora con quel tono da mercato. Seguì un’altra risata roca. “Soldi falsi?” chiesi, confuso. Lui guardò a terra ed io mi girai in direzione del suo sguardo: affianco a me, brillava nell’erba la mia monetina con due teste. E fu così che scoprii che l’eternità è imparare a gettarsi da un burrone.

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  1. babs
    Nov 05, 2014

    woaw! mi è piaciuto proprio tanto! Tranne per il fatto che anche nell’aldilà bisogna usare i soldi! 😉

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