Solo un altro giornoMi svegliai presto per andare a dare l’esame. Il caffè che mi preparai sembrava più scuro e più amaro del solito e la giornata lugubre come non ne vedevo da tempo. Le nuvole erano nere e sembravano soffocare quel sole che da poco era sorto, all’alba. Feci in fretta, mi vestii e uscii di casa: l’autunno sembrava essere giunto in anticipo ed un vento freddo mi colpì le ossa ed il viso. Salii sul tram, mi misi le cuffie nelle orecchie decisa ad ascoltare buona musica mentre tentavo di ripassare quanto più riuscivo prima dell’esame. Non compravo biglietti del tram da quando …no, in realtà non ne avevo mai comprati, e mentre appuntavo l’ennesima nozione di letteratura sul mio blocchetto, mi sorpresi a pensare a cosa avrei fatto se avessi incontrato un controllore. Ma metà del percorso ormai era fatto e la possibilità d’incontrarne uno era quasi nulla, per cui mi rilassai, feci aderire meglio la schiena al sedile, misi la penna nera in bocca mordicchiandone il tappo e ricominciai a scrivere. La penna scorreva sul foglio sempre più velocemente come se quello studio finale e disperato avesse potuto salvarmi ed aumentarmi il voto. Non avevo studiato abbastanza, ne ero consapevole, ma ad un occhio superficiale sarei sembrata preparata. A meno che il professore non mi avesse chiesto Shakespeare, allora sarei stata davvero nei guai. Mi sentii picchiettare sulla spalla: “signorina, non mi sente? Ho detto biglietto, prego!”.

Quando mi sedetti davanti alla scrivania del professore, ero nera in volto. Le nuvole avevano raggiunto anche il mio viso. Sentii la nausea avvolgermi ed iniziai ad avvertire paranoicamente dei dolori e delle pulsazioni anomale in parti del corpo che nemmeno ricordavo di avere: una tempia, la spalla, il mignolino del piede; qualcosa all’interno del mio occhio stava ballando e mi faceva muovere la palpebra in modo, a mio avviso, evidente. Il professore forse se ne sarebbe accorto e avrebbe capito che ero sotto pressione perché non ero preparata per l’esame, oppure mi avrebbe diagnosticato un principio di schizofrenia. “Metta un’altra firma qui, signorina…” disse il professore, “perfetto, allora iniziamo senza indugiare oltre!” continuò rivolgendomi un sorriso enigmatico. “direi che possiamo cominciare con un autore importantissimo, mi parli di Shakespeare!”.

Dopo l’esame, uscii all’aria aperta. Un ragazzo carino, aspettava qualcuno vicino alle porte dell’università. Forse impietosito dalla mia espressione di sconforto, iniziò una breve conversazione con me sul sistema scolastico ed i professori e con la scusa di aver bisogno di appunti, volle lasciarmi il suo numero di telefono; frugai nella mia borsa per cercare un foglietto su cui scriverlo ma mi resi conto che la penna nera, che avevo mordicchiato qualche ora prima sul tram, si era infaustamente aperta e rotta, impiastricciandomi d’inchiostro nero quanto era contenuto nella borsa. In assenza di fogli su cui scriverlo, me lo appuntai sul dorso della mano con la penna blu, dissimulando il rancore nei confronti della penna nera.

Quando rincasai la sera, il mio volto era del color della pece. La luce era saltata in tutto il quartiere, black-out. Fui costretta a cucinare e mangiare la cena alla luce fioca di una candela. D’un tratto sentii un tuono, poi la pioggia. Guardai fuori dalla finestra: picchiettava sulle foglie degli alberi del cortile, sui tetti delle case, sugli ombrelli e sulle teste delle ultime persone che tornavano a casa dal lavoro a quella tarda ora. Rimasi seduta per lungo tempo in cucina a guardare la candela consumarsi lentamente, poi mi preparai una tazza di tè, indossai un golfino leggero ed uscii sul balcone. Era mezzanotte. Sporsi la mano fuori dalla ringhiera e lasciai che si bagnasse. La pioggia lavava via i pensieri e le amarezze della giornata. Vidi del blu colare dalla mia mano. La pioggia stava lavando via anche l’inchiostro. Mi morsi le labbra e ritrassi la mano, troppo tardi ormai per riuscire a leggere il numero di telefono.
Sorseggiai il mio tè con calma. “Domani andrà meglio” dissi ad alta voce a me stessa, poi mi accesi una sigaretta.

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