In un pomeriggio soleggiato d’autunno, un signore cieco vestito di tutto punto sedeva in silenzio su una panchina del parco. A vederlo da lontano non sembrava triste, solo un po’ stanco, ma chi si fosse avvicinato a lui si sarebbe accorto della sua aria pensierosa e del fazzoletto di carta che arrotolava e spezzettava nervosamente fra le mani callose. Lo sguardo glaciale rivolto verso il terreno, la schiena ricurva, i capelli ondeggiavano per la brezza come i coralli dell’oceano.

Da lontano giungeva nel frattempo una signora anziana che, aiutandosi col bastone da passeggio, avanzava stancamente verso la panchina sulla quale il cieco sedeva. Sulla testa un foulard, indosso una vestaglia a fiori, la signora si sedette accanto all’uomo. I due rimasero in silenzio per qualche minuto poi lei parlò:

“Eccoti dunque…” gli disse. La sua vocina era flebile e dolce. Lui alzò la testa di scatto come se fino a quel momento non si fosse accorto di lei. Lui fece un sorriso, poi lasciò cadere il fazzoletto per terra.

“Ho sempre pensato che tu fossi un uomo di parola… ma non credevo fino a questo punto!” Continuò la signora, poi rise.

“Ricordo con gioia quei momenti passati insieme a te…” disse lui, “quando eravamo fidanzati, e non penso di aver mai mancato una promessa!”. La signora non rispose e dal suo sguardo sembrava fosse altrove, catapultata in lontani momenti del passato.

“Come t’amavo…” continuò lui.

“Come piansi…” disse lei, “quando mio padre disse che per noi non c’era futuro, che non ci saremmo mai potuti sposare, che tu non avresti mai avuto sua figlia, che le nostre rispettive famiglie non si sarebbero mai riappacificate in nome dell’amore come in Romeo e Giulietta…” continuò lei. Il signore cieco restò un attimo in silenzio, poi con calma disse “ma le cose sono diverse adesso, cara. I giovani non interromperebbero più una storia d’amore solo per compiacere i genitori!”.

“Meglio così…Si soffre molto…” rispose lei.

Rimasero ancora in silenzio.

“Io ho avuto due figli, disse lui, da Rebecca, mia moglie. Ora sono vedovo però…”

“Io quattro figlie femmine… e mio marito è ancora vivo” rispose lei sorridendo. “Ma non ho mai smesso di pensare a te… e alla nostra promessa…” continuò sottovoce.

“Fra cinquant’anni esatti” recitò l’uomo, ricordando quel pomeriggio in cui si erano baciati per l’ultima volta, “su questa stessa panchina ci ritroveremo ancora e guardandoci ci diremo che il tempo non è fuggito, che ne è rimasto ancora per noi.”

La signora abbassò il viso ed una lacrima calda cadde sul terreno.

“Ma ora non posso più guardarti…” disse l’uomo cieco a bassa voce, quasi si sentisse mancante nella parola data. La signora alzò il viso, prese la mano di lui e ne appoggiò il palmo sul suo volto. L’uomo sorridendo amaramente, sfiorò con le dita le labbra di lei, il naso, il contorno degli occhi e disegnò nella sua mente il profilo della donna che aveva amato, ricordando che tutte quelle rughe ed i solchi sul viso di lei, erano solo il segno di un amore che aveva avuto bisogno di tempo per poter sbocciare. Ma il marito di lei rappresentava ancora un ostacolo per la libertà dei due anziani amanti.

La signora fece una carezza all’uomo cieco, sfiorandone appena le guance ruvide per la barba leggera poi disse “rimandiamo, diamoci ancora tempo… dieci anni… andranno bene?” L’uomo annuì e i due si alzarono. Lui le diede un bacio lieve sulla fronte poi si allontanarono in direzioni opposte.

In un pomeriggio soleggiato d’autunno, un signore cieco vestito di tutto punto sedeva in silenzio su di una panchina del parco. A vederlo da lontano non sembrava triste, solo un po’ stanco, ma chi si fosse avvicinato a lui si sarebbe accorto della sua aria pensierosa e del fazzoletto di carta che arrotolava e spezzettava fra le mani callose. Lo sguardo glaciale rivolto verso il terreno, la schiena ricurva, i capelli – i pochi rimasti per via dell’età avanzata – ondeggiavano per la brezza come i coralli dell’oceano. Attendeva da un’ora, forse di più. Non arrivava nessuno. L’ora era tarda, iniziava a sentirsi stanco, gli occhi si chiusero per il sonno, mentre ancora aspettava la donna che avrebbe occupato il posto accanto a lui sulla panchina.

Quando si risvegliò era buio pesto ma una donna anziana, seduta al suo fianco, dormiva appoggiata sulla sua spalla: era lei. Lui le prese la mano fra le sue, la baciò piangendo poi appoggiò la testa su quella di lei e chiuse gli occhi nuovamente, per avere il tempo di godersi nei sogni, l’amore che finalmente poteva stringere fra le dita.

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  1. antonia
    Ott 15, 2014

    …Quando l’amore non ha età e non diventa evanescente nel tempo…
    E quella grande forza di volontà di mantenere a tutti i costi quella promesssa… In nome dell’amore… Stupendo.

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  2. mau
    Ott 16, 2014

    Eccomi Charlie! Anche questo racconto è stupendo, sia nella trama che nella scrittura, quelle frasi accompagnate dalla foto, mi porta nell’immaginare le scene che racconti, come in un riassunto di un film. I particolari sono avvolgenti e riescono ad intrattenermi con la curiosità per la riga successiva… La trama può sembrare banale all’insegna dell’amore, invece nel tuo racconto viene fuori con grande semplicità le sofferenze per raggiungerlo senza arrendersi mai! Ti faccio i complimenti, perchè nei diversi generi che racconti entri sempre in quei particolari che ti fanno vivere il racconto… Devo dire che… Mi hai avvicinato alla lettura, creandomi la curiosità nell’aspettare il prossimo racconto.

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  3. babs
    Nov 04, 2014

    Carina l’idea, mi piace molto. È semplice ma non banale… brava Charlie!

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