Mentre mi avvicino al bar, accompagnato dal titolare della proprietà, il grassone sudato, penso che fra poco sarò di fronte a Clara e chissà che non sia la volta buona che riesca a parlarle. Il signor Mercedes continua a blaterare qualcosa sul tirare giù i muri del bar e qualcos’altro su una sala slot e un’altra cosa sul poker, ma quasi non lo ascolto, senza contare che la maggior parte delle volte, il cliente non si può accontentare perchè chiede cose impossibili. Noto che una ragazza fuma una sigaretta appoggiata ad un muro, ma la butta per terra non appena ci nota. E’ Clara, indossa un grembiule lungo e rosso, ci guarda e poi rientra. Il signor Mercedes non l’ha nemmeno notata tanto si sta sbracciando a spiegarmi i suoi progetti irrealizzabili. Quando alla fine raggiungiamo il locale, entriamo e lui mi dice con orgoglio: “ecco, è qui che Clara lavora! Ma certamente lo sa già perchè ne avrete parlato”. Ma io e lei ci guardiamo perchè sappiamo che non ne abbiamo mai parlato, penso che lei abbia fatto il mio nome solo perchè l’ha memorizzato a furia di trovarselo sul citofono. Le sorrido ma sento che sto facendo più una smorfia nervosa che altro. Lei mi fa l’occhiolino come per reggerle il gioco, poi va al bancone, io seguo il signor Mercedes sul retro e la perdo di vista, intanto dico “sì, sì, Clara me ne aveva parlato…”. Quando io e il suo capo riemergiamo dal magazzino, dopo un paio d’ore, lei non è più nel bar, ha finito il turno e se n’è andata. Dietro al banco vedo il suo grembiule rosso, piegato e riposto su di uno scaffale e mentre lo guardo maledico il signor Mercedes che parla così tanto.

Sono a casa finalmente. Ore ed ore di autobus e alla fine mi rendo conto che avrei potuto chiedere un passaggio all’architetto per rincasare. Pazienza. Certamente non mi avrebbe negato un passaggio tenuto conto che gli ho portato un nuovo cliente. Certo, non un granchè di cliente ma quando il signor Mercedes mi ha chiesto se conoscevo un architetto mi è subito venuto in mente il suo nome, non so bene perchè. Forse perchè è davvero l’unico architetto che conosco. Il capo ha immediatamente cercato il numero di Monroe sulla lista dei numeri telefonici, l’ha contattato ed eccoli lì, tutti e due al bar. Penso che forse il mio capo avrà chiesto troppo all’architetto, e forse lui l’ha mandato al diavolo. Mentre mi faccio una doccia, penso che l’architetto Monroe è stato gentile a reggere il gioco e fingere di conoscermi da tempo. Avrebbe potuto non farlo. Poi penso che forse si aspettava tornassimo a casa insieme. D’altro canto siamo vicini di casa da dieci anni. Penso che forse dovrei ringraziarlo o per lo meno chiarire ma per un attimo mi sento in imbarazzo. Decido di passare a casa sua con un pretesto, prendo la pattumiera ed inizio a scendere le scale. Lo trovo col mocio in mano, sul pianerottolo, che cerca di pulire delle macchie dal muro e del liquido da terra… stringo più forte la pattumiera, dico “Salve!” e affretto il passo per arrivare al piano terra più in fretta possibile. Lui non risponde, con la coda dell’occhio vedo che rimane immobile. Arrivata al piano terra, sento che borbotta qualcosa sottovoce e poi rientra in casa.

Il signor Propoli scende le scale, un gradino alla volta, con cautela, per via dell’anca sbilenca. Certo se abitasse al primo piano sarebbe più facile scendere per portare Argo a fare i bisogni al parco, ma quel movimento lo tiene in esercizio e comunque non vorrebbe abitare così vicino a quello svitato dell’architetto. Mentre scende le scale, incontra la signorina del secondo piano che risale, deve essere andata a buttare la spazzatura perchè è in ciabatte. Il signor Propoli saluta educatamente e nel frattempo ripensa a quanti anni sono che vive in quello stabile, fa il conto mentalmente, mentre il suo cane Argo, un collie dal pelo nero e marrone, cammina con lentezza, per stare al passo con l’anziano padrone. Il signor Propoli si ricorda perfettamente il nonno dell’architetto, il vecchio signor Monroe, erano molto amici, e di certo non era matto come il nipote. Quando esce dal portoncino, il signor Propoli si ferma qualche minuto a guardare l’edificio: la struttura è alta e stretta, gli ricorda un campanile un po’ storto. Le mura erano originariamente viola, ma ora hanno assunto una sfumatura marroncina e in alcuni punti, l’intonaco ha ceduto e si vede il muro vivo. Le balconate ampie sono di ferro battuto e tutte decorate e con degli intarsi che rimandano all’epoca barocca. Il signor Propoli continua ad osservare la facciata del palazzo e nota che sua moglie dal balcone lo saluta, come sempre. Si mette a pensare a come diventa monotona la vita quando si invecchia e tuttavia quanta gioia regala la propria moglie che da cinquant’anni saluta sorridendo dal balcone ogni volta che il marito esce di casa. Poi gli cade lo sguardo sul balcone dell’architetto ed intravede dalle finestre che il signor Monroe, accaldato e in mutande, sta facendo le pulizie in casa. “Andiamo, Argo!” intima al cane, tirandolo dal guinzaglio, “quello lì è matto, speriamo non sia contagioso!”.

Luke è ancora nel cortile a giocare, vede passare il signor Propoli con il cane e si rende conto che è molto tardi per cui citofona alla mamma e fa per rientrare in casa. Sale le scale e conta a mente i gradini ma dopo il quinto perde il conto perchè sta litigando con Pablo. “Non puoi comportarti così, ti ho detto mille volte che non è l’attrezzo giusto! Un conto è quando si parla di chiave inglese, un conto è quando si parla di pappagallo. Sono due cose diverse e si usano in modo diverso, zuccone! Non puoi continuare a confonderli! Altrimenti tutto quello che ti racconto non serve a niente! Cerca di memorizzare le cose per favore, mica posso parlare cento volte!”. Mentre sale le scale, Luke gesticola ampiamente e i suoi capelli biondi, tagliati a scodella, ondeggiano di qua e di là, seguendo i movimenti del suo capo. Non smette di parlare, a malapena prende fiato come se la questione fosse tanto urgente da essere affrontata nell’immediato. Alla fine arriva alla porta, suona il campanello e intanto continua a guardare Pablo negli occhi con aria di rimprovero. “E’ aperto!” dice una voce di donna dall’interno. Luke apre e si trova davanti una casa che non è la sua. Per un momento rimane fermo e in silenzio, sente dei passi strascicati che si avvicinano ed alla fine sbuca la vecchietta del secondo piano che gli sorride amabilmente. “Temo tu abbia sbagliato piano…” dice la signora Propoli a Luke e lui senza rispondere scappa su per le scale un po’ disorientato e l’anziana signora lo sente parlare da solo: “ecco, visto? Anche questa mi hai fatto combinare!”

Dì la tua!