Le premesse

Incrociare sport e cinema è un’operazione difficoltosa, soprattutto per quanto riguarda la fedele riproduzione dell’ambientazione, dell’atmosfera e della fisionomia dei personaggi. Esempi rimarchevoli di questa unione sono stati Invictus (rugby), Fuga per la vittoria (calcio), The program (ciclismo) e il più recente Borg vs McEnroe (tennis, ovviamente). Le Mans ’66 lega la sua storia al mondo dei motori, pertanto potremmo ricercare un illustre predecessore in Rush di Ron Howard, incentrato sulla rivalità tra Niki Lauda e James Hunt a metà anni ’70. Anche Le Mans ’66, diretto da James Mangold, si basa su una famosa rivalità, quella tra la leggendaria Ferrari e l’ambiziosa Ford.

La trama

Ad inizio anni ’60, Henry Ford II non è soddisfatto delle vendite di automobili che portano il suo nome. Vorrebbe una vettura in grado di attirare il grande pubblico e di portare prestigio internazionale al nome Ford. Perciò l’azienda di Detroit ritiene che la 24 ore di Le Mans sia la vetrina migliore per mostrare al mondo il nuovo modello costruito in fabbrica. C’è però un ostacolo quasi invalicabile di nome Ferrari. A Le Mans la Rossa ha sbaragliato la concorrenza dal 1960 al 1965 e la sfida della neonata Ford GT40 non sembra rappresentare una grossa preoccupazione per il presidente Enzo Ferrari. Ci vorranno un ex vincitore della mitica corsa francese e uno spericolato pilota americano per tentare l’impresa impossibile.

Epopea romantica

Le Mans ’66 dà veramente l’idea di come si corresse cinquant’anni fa: sicurezza dei piloti ridotta al minimo, cronometri manuali, fieno a bordo pista, uomini romantici e allo stesso tempo ruvidi. Questi sono gli ingredienti necessari per alimentare l’immancabile fascino della sfida, del dualismo tra chi sembra irraggiungibile e chi col duro lavoro (e tanti soldi) taglia il traguardo della vittoria contro tutto e tutti. Da questo punto di vista è un film dall’anima molto americana: chi, meglio della Ford, l’azienda simbolo degli Stati Uniti, poteva incarnare quest’anima? Nessun altro, in effetti. Il colosso automobilistico americano ha creato una sorta di “self made car” ed è stato capace di vincere ben quattro Le Mans consecutive (scusate se è poco). Eppure, al netto dell’orgoglio a stelle e strisce, James Mangold ci presenta anche l’umanità del rapporto tra Shelby (Matt Damon) e Miles (Christian Bale): il primo è aggrappato ai ricordi, ma possiede la classica intraprendenza americana; il secondo accoppia una genuina sfrontatezza con una grande competenza nel proprio lavoro. Le indubbie qualità di questi personaggi scriveranno la storia della Ford in quel cruciale 1966, accontentando così l’esigente e burbero Henry Ford II.

Ferrari rosse… di rabbia

Sembra che l’uscita di Le Mans ’66 sia stata pensata appositamente per aumentare il dolore di tutti i tifosi del Cavallino. Al momento la Ferrari non è in grande spolvero e, in attesa di tempi migliori, l’incallito tifoso ferrarista può consolarsi con ciò che la casa di Maranello rappresentava durante i gloriosi anni ’60. Il carismatico Enzo Ferrari era all’apice della popolarità e le Rosse erano invidiate da qualsiasi casa automobilistica straniera. Il regista Mangold sottolinea più volte quanto la Ferrari fosse il punto di riferimento per coloro che volessero produrre vetture da competizione. Si insinuano perciò nello spettatore (ferrarista) un po’ di rabbia e di nostalgia per quel luminoso periodo storico in cui, soprattutto nel reparto corse, il marchio Ferrari era sinonimo di eccellenza. Inoltre, come traspare evidentemente dal film, anche il “peso politico” del Cavallino era tangibile. La sensazione, oggi, è che non sia più così.

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