Apro un’altra delle mie buste e butto le briciole agli uccellini. Sono seduto su una panchina sul lungolago a qualche chilometro da casa mia e butto briciole a destra e a sinistra come ogni volta, la domenica pomeriggio. C’è una calma incredibile attorno a me. Sono le sette di sera, è il crepuscolo. Non c’è un’anima, solo qualcuno su una panchina dal lato opposto del lago, troppo lontano perché io riesca a capire se si tratti di un uomo o di una donna. Sono solo nel parco se non si conta la persona ignota dall’altra parte del lago. Non c’è mai nessuno comunque, lo so, è per questo che vengo qui a quest’ora. Alle nove di sera circa, mi alzo e torno a casa, come sempre.

Faccio un lavoro normale, d’ufficio, noioso, ogni pausa pranzo mangio il solito pacchetto di cracker, la sera un pasto completo invece che non riesco mai a digerire fino al mattino successivo. Prima o poi mi deciderò a cambiare dieta. Almeno è quello che mi ripeto ogni lunedì.
Sono in pausa, apro i cracker e li mangio. Rimangono le ultime briciole sul fondo trasparente del pacchetto. Qualcuno si svuota la bustina direttamente in bocca, qualcuno a malincuore e per non fare brutta figura davanti alla gente, butta via il pacchetto con le ultime briciole che si dice siano sempre le più buone. Qualcuno ci caccia direttamente dentro la lingua e spera che le briciole rimangano appiccicate alla punta come fanno i camaleonti. Io apro un piccolo sacchetto di carta e svuoto dentro le ultime briciole rimaste. Le accumulo per un mese, poi vado al lago e passo il pomeriggio a gettarle agli uccellini. Quando sono di nuovo in ufficio, il lunedì, sento sempre una grande malinconia ripensando al giorno precedente, al lago, alla luce del tramonto. La verità è che non lo faccio davvero per gli uccellini. Mi piace andare al lago a fare quello che faccio perché mi sento attorniato da creature che mi capiscono. Quante volte vai in giro con gli auricolari e pensi che vorresti che tutti stessero ascoltando la tua stessa canzone perché non sanno quello che si perdono? Vorresti condividere qualcosa che ti appartiene e non solo condividerlo per far conoscere alle persone bensì condividere con persone che apprezzino quello che stai dando loro. Ma non sono mai riuscito a condividere un bel niente con nessuno. Ho solo ventinove anni, forse non sono abbastanza, ma mi sento così solo e incompreso che delle volte penso che gli uccellini siano davvero le uniche creature a capirmi. In un universo così grande, è mai possibile che non esista qualcuno fatto apposta per me?

Poi quella domenica sono andato come al solito al lago e sulla panchina, la mia solita panchina, sempre la stessa da anni, ho trovato un bigliettino: “raggiungimi, all’esatto opposto del lago.” E così mi sono incamminato. Una bella scrittura, parole a penna blu, la stesso che uso sempre io. Mi sono illuso si trattasse della donna della mia vita così a passo svelto ho iniziato a camminare lungo le sponde del lago, sempre lanciando occhiate di qua e di là per vedere se ci fosse qualcuno che mi facesse un qualche segno per dirmi “sono io, quella del bigliettino!”. Mentre camminavo, pensavo a tutte le storie che avevo visto nei film, quelle storie che mentre le guardi urli “non andare! Ti ucciderà!” e mi chiedevo se non mi stessi comportando da ingenuo ad andare così, alla cieca, dove un sospetto bigliettino mi indicava di andare. Mi sono fermato e mi sono appoggiato ad una delle recinzioni che racchiudono il lago. Ho fatto un lungo respiro, poi mi sono chiesto a voce alta: “vado o non vado?”. Guardavo il lago e non riuscivo a decidermi. Era pericoloso, sì ma nutrivo dentro di me la forte speranza che potesse essere qualcuno che mi avrebbe cambiato la vita. Mi sono rimesso a camminare. Forse stavo solo ragionando come chi non si rende conto che non si può sempre sognare, che bisogna tornare coi piedi per terra ogni tanto, che la realtà fa schifo, che le cose non vanno sempre come noi vogliamo che vadano. Camminavo e guardavo in basso, guardavo i miei piedi, prima la punta di uno, poi la punta dell’altro, e intanto mi chiedevo ancora se fosse la cosa giusta da fare, quella di andare in bocca ad uno sconosciuto senza neppure un coltellino svizzero in tasca. Poi ho alzato la testa e ho guardato di nuovo il lago: la panchina su cui mi sedevo di solito era sull’altra riva, il lago ci divideva. Ero arrivato. Ho alzato gli occhi e cercato lo sconosciuto con lo sguardo.

Seduta su di una panchina, sul lungolago a qualche chilometro da casa sua, buttava briciole a destra e a sinistra come ogni volta, la domenica pomeriggio. Una bella ragazza, dai capelli rossi lunghi fino alle ginocchia, mi guardava coi suoi occhi verdi e si chiedeva se quello della panchina opposta ero io.
“sei qui ogni domenica, vero?” mi chiede con una voce incredibilmente dolce e melodica. Mi ricorda gli uccellini. Rimango in silenzio, faccio sì con la testa e mi sento uno stupido. Lei mi sorride e mi invita a sedermi sulla panchina, accanto a lei. Mi guarda, io sento che sta per venirmi un gran mal di testa. “Accumulo le briciole dei cracker in un sacchetto per tutto il mese” mi dice, mentre io stento a credere alle sue parole, e probabilmente ho la bocca aperta per lo stupore “poi vengo qui di domenica e butto le briciole agli uccellini! Non che lo faccia davvero per nutrirli” mi dice “è solo che sento di condividere qualcosa con qualcuno che l’apprezza davvero.” conclude con un sorriso. “E tu che ci fai qui?” mi chiede. E io sento che il mal di testa aumenta e che sono seduto di fianco alla donna della mia vita.

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  1. Manuela
    Ago 29, 2015

    La tua scrittura fresca lascia che le parole scorrano con la fluidità dell’acqua,giù,giù in fondo all’anima e,sebbene ancora acerbe, lasciano trasparire scampoli di emozioni con i quali tessi trame, storie che pulsano di vita vera. Prosegui nella tua strada senza scoraggiarti, non pensare mai di aver raggiunto la perfezione e vai dritta per il sentiero che, un giorno, ti condurrà alla metà:-) Manuela

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