È in Francia che ho scoperto lo sport. A ventidue anni. Mai mosso un muscolo in vita mia, fino a quando non ho fatto la mia prima lezione di fitness in Francia non ero nemmeno sicuro di averne. Non sono uno di quei ragazzi che da piccolo giocava a calcio, non sono abbastanza alto da fare basket. I miei genitori non mi avevano mai iscritto a corsi sportivi, solo pianoforte e sax.

Dev’essere per questa attitudine no-sport che ho da tutta la vita che faccio fatica a trovare la palestra dell’università. “Sono iscritto a fitness, alle diciassette” dico alla segretaria dietro allo sportello. Lei si alza, il suo didietro è enorme e penso che lei di sport ne sa meno di me. Mi dice di andare nel settore A, e dopo aver attraversato mille corridoi, mi dice, devo salire delle scale. Le indicazioni non sono proprio dettagliate, ma fiducioso percorro i corridoi dell’università alla ricerca di una palestra qualsiasi. Sento le mie scarpe da ginnastica comprate il giorno prima per dodici euro e novanta che fischiano ad ogni passo. Quando le guardo sono talmente bianche che sono sicuro che da lontano appaiano fluorescenti. Dopo qualche svolta a caso e l’impressione di essere già passato nello stesso punto, mi trovo ai piedi della scala. Vedo delle ragazze con vestiti sportivi in cima così mi avvio, salgo le scale ed infine mi trovo in una piccola stanza in cui un mucchio di gente è ammassata davanti ad una porticina ed in men che non si dica sono in mezzo alla gente e mi muovo a stento. Vorrei guardarmi intorno, studiare i volti dei miei compagni di corso, ma non riesco perchè siamo quasi al buio. Sento dei profumi da donna diversi l’uno dall’altro e penso che vedere qualche ragazza che si piega non mi dispiace affatto. Sento anche puzza di fumo, siamo tutti col giubbotto e qualcuno nell’attesa è certamente sceso all’aperto per una sigaretta. Fa così caldo che penso che star lì a sudare sia parte dell’allenamento.

Finalmente arriva la professoressa, apre la porticina che dà sulla palestra vera e propria, e la gente ci si butta dentro dandomi l’impressione di far parte di un banco di pesci impazziti. Quando finalmente raggiungo anche io la porta ed entro, mi trovo davanti un ambiente luminoso, una grande sala di parquet con grandi specchi sulle pareti e delle sbarre da ballerina lungo i muri color crema. La professoressa si mette in piedi su di una sorta di piccolo palchetto in legno che sta di fronte a noi e tutti si mettono in posizione per seguire le sue mosse. Un po’ imbranato vado anche io a posizionarmi e infine mi trovo un punto in cui c’è meno gente. Mi guardo intorno: sono l’unico ragazzo. Ci sono ragazze di ogni tipo, bionde, more, cicciottelle, di colore ma neanche un ragazzo. Mi sento un deficiente. La professoressa spiega che a fine lezione ci darà delle tesserine di sconto per un negozio convenzionato in cui comprare articoli sportivi e io mi sento deficiente il doppio perchè ho comprato ieri le scarpe nuove. “Andate a prendere il tappetino ragazze e cominciamo” dice la professoressa e tutte le ragazze – saranno almeno quaranta – si dirigono verso un angolino della palestra in cui c’è una piccola porta. La prima del gruppo la apre e dentro si vedono tutti gli attrezzi per lo sport. Le ragazze entrano ed escono col tappetino così mi dirigo anche io verso lo stanzino.

Sono davanti ad un mucchio di tappeti, uno sull’altro e le ragazze sembrano schivarmi, prenderne uno e andarsene tanto velocemente che mi viene da pensare che non ne resterà uno per me. Ognuna scieglie con cura perchè alcuni sono rovinati e il caos è tale che mi sento incapace di muovermi. Rimango l’ultimo nello stanzino. Chiaramente il tappeto rimasto sembra mangiato dai topi ma mi accontento. Mentre sto per uscire, la porta dello stanzino si chiude e io resto all’interno. Spingo, tiro. Nulla. Muovo la maniglia ma sembra che nessuno mi senta. La professoressa sta parlando al microfono. Sento che conta… cinque, sei, sette e otto, poi parte la musica. Dentro la palestra si sente solo la musica che va e la voce al microfono della professoressa che dice “lo sguardo verso l’alto ragazze”. Continuo a urlare e muovere un po’ la maniglia ma alla fine rinuncio. Piego il mio materassino e mi ci siedo sopra con le gambe incrociate. Mi guardo intorno: ci sono dei coni di plastica colorati, dei grossi palloni e delle palle mediche. In un angolo ci sono delle corde per saltare. Resto lì, fischietto la canzone che sento da fuori, “girls just wanna have fun” e alla fine mi sdraio. Guardo il soffitto, immagino quello che sta succedendo fuori. Sento la professoressa che dice “su le ginocchia” e poi si rimette a contare, cinque, sei, sette e otto… alla fine resto un’ora nello stanzino. Mi invento mille cose per passare il tempo: penso a cento parole con la B, canticchio le canzoni che sento provenire dalla palestra e faccio anche hoola hop, poi la musica diventa più tranquilla e sento dei passi che vengono verso lo stanzino. Rimetto velocemente l’hoola hop fuxia dove l’ho preso e mi nascondo dietro una parete, perché immagino che dire a tutte quelle belle ragazze che sono stato bloccato lì dentro per un’ora mi renderebbe ridicolo. Mi sento frustrato. Alla fine la prima ragazza entra per mettere a posto il suo tappetino. Mentre esce dallo stanzino mi vede e resta immobile. Altre ragazze entrano e mi vedono, qualcuna ride, altre mi guardano chiedendosi cosa ci faccia qui. Qualcuna pensa che io sia un maniaco. Cerco di farmi spazio, esco dallo stanzino. Aria fresca. Vado verso la professoressa che mi guarda stranita con i tesserini sconto per articoli sportivi fra le mani. Ne prendo uno e me ne vado dalla palestra.

È in Francia che ho scoperto lo sport, a ventidue anni, ed è sempre lì che ho deciso che avrei continuato per il resto della mia vita a suonare il pianoforte e il sax.

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