La domenica è probabilmente il giorno più bello della settimana: sembra una banalità ma è il giorno in cui il tempo è a nostra completa disposizione, eppure, la domenica pomeriggio, specie quando ci si sveglia tardi, è una sorta di pozza stagnante, un momento di totale abbandono, di nullafacenza, uno spreco. Abbiamo tutto il tempo, e probabilmente tanta libertà finisce per metterci a disagio.

È domenica pomeriggio, venerdì ho comprato una vecchia bici usata per pochi spiccioli così decido di sfruttare il pomeriggio per fare un giro nel centro città. Inforco la bici ed in men che non si dica sto girando per i piccoli vicoli, fra una boulangerie e un centro commerciale. La giornata è movimentata, una signora fa un giro col cane, i bambini giocano all’aperto nella piazza. Si rincorrono, cadono, ridono, sembrano incuranti del fatto che sembra stia per piovere. Il cielo è grigio: di tanto in tanto sento delle goccioline sulle mani appoggiate sul manubrio della bici. Continuo a pedalare e mi perdo nei vicoli secondari della città. Ad un certo punto noto un grande cancello di ferro, pieno di riccioli e ghirigori stile liberty. Sui pomoli delle inferriate ci sono una serie di palline di varie misure color oro.
Scendo dalla bici e l’appoggio ad un muretto – sfortunatamente non ha il cavalletto – poi poggio le mani sul cancello e spingo. Senza usare troppa forza, le due porte si aprono e una lunga e larga scala di pietra bianca si allunga sotto ai miei piedi. Scendo i gradini ad uno ad uno e infine mi trovo in un giardinetto. Ci sono stradine di pietra che girano intorno agli alberi. In una delle aiuole, ricoperte da trucioli di legno, vedo una cupola argentata che sbuca dal terreno. In un angolo ci sono dei pali per arrampicarsi, dei totem e delle altalene. Seguo il sentiero prestabilito e trovo un cartello con scritto “casa dei giochi per bambini di tutte le età”. Pare sia un giardinetto per giocare ma è deserto: tutti i bambini sono in piazza, gli adulti anche. Continuo a camminare lungo il sentiero ed infine trovo che la calma sia tanta da meritare di essere ascoltata, così trovo un dondolo di legno e mi siedo a contemplare il silenzio. Mentre penso al fatto che sia un peccato che non ci sia nemmeno un bambino ad utilizzare quei giochi, mi guardo intorno, vedo che i fiori sono freschi come se fosse primavera. Un vento gelido serpeggia nel giardino e fa oscillare le corolle colorate. Mi sento in pace quando ad un tratto noto un vecchio in un angolo. Ha un grosso cappello blu in testa, un bastone nero dal pomolo dorato che mi ricorda il cancello della casa dei giochi. Il suo cappotto è blu e lungo fino ai piedi. Il vecchio guarda fisso per terra come se avesse visto qualcosa. Per un momento sospetto sia una statua ma ho l’impressione che respiri. Decido di raggiungerlo, incuriosita al punto che voglio vedere cosa stia guardando il vecchio. Piano, piano mi avvicino ed in breve sono accanto a lui, immobile a guardare per terra. Lui non mi ha notata, dev’essere completamente assorto, così fingo un colpetto di tosse. Il vecchio fa un balzo a metà tra il terrore e l’entusiasmo, poi mi guarda. Ha un grosso naso rosso, la sua bocca si allunga in un sorriso tanto grande che mi fa pensare a un serpente che deve ingoiare una grossa preda.
“Che piacere! Che piacere!” Dice il vecchio saltellando, appoggiandosi sul bastone. Sono un po’ scombussolata e non so cosa dire. “Quanti anni avete?” Mi domanda senza smettere di sorridere e muoversi intorno a me per studiarmi. A mezza voce dico “ventidue” e lui risponde: “un po’ grande, un po’ grande ma qui è aperto per tutte le età!”. E intanto saltella felice. Continua: ” ha già provato ad arrampicarsi sulla nostra cupola di metallo?” E intanto mi tira fino alla suddetta cupola e con delicatezza ma anche decisione mi invita ad arrampicarmi. Non so bene che mi prende, forse per compiacerlo, provo ad arrampicarmi e lui intanto mi dice: “sono il sindaco della casa dei giochi, è qualche tempo che non vedo nessuno qui, ma sono sicuro che voi farete buona pubblicità, non è vero?” Io scendo scivolando dalla cupola e lui afferra la manica del mio giubbotto e mi porta all’altalena. “La provi, la provi” insiste, “non se ne pentirà! E non si dimentichi di provare la sedia volante!” mi dice, tirandomi giù dall’altalena e mettendomi a sedere su di una sedia che come su di una molla, schizza in alto, ai lati e in basso al punto che quasi vengo sbalzata. Decisamente quel posto non è adatto ad una ventiduenne. Cerco di scendere e non appena metto piede per terra, con la testa che gira, gli domando: “perché non ci sono bambini, qui?”
“Uh nulla, un incidente con la sedia volante!” mi risponde, “un bambino ha picchiato la testa, si è fatto male, è morto, bla, bla, bla… sapete com’è la gente!” Per un istante resto congelata. Ho le guance rosse per il freddo ma quello che mi ha ibernata sono le parole del vecchio. Il suo sguardo si fa violaceo e sembra liquido, “stupide mamme, stupido ospedale! Questo posto è sicuro, questo posto è la meraviglia, Carrol stesso non avrebbe potuto inventare di meglio!” Dice e senza accorgersene sta gridando. Io mi allontano e lui mi dice: “provi il salterello!” e mi ci spinge. Una piattaforma di legno circolare piccolissima, sta appoggiata su lunghe molle rosse. Per salirci devo fare lo stesso movimento che farei per salire un gradino alto un metro, quasi cado. Il vecchio spinge con le mani la piattaforma verso il basso, “salti!” mi dice, e io salto e non so perché sto obbedendo. Finisco con la faccia fra i trucioli di legno, sul terreno e per fortuna, penso, non mi sono fatta niente.
Quando scendo mi accorgo che ha iniziato a piovere più forte. Mi libero del vecchio che sta per acchiapparmi di nuovo per portarmi su qualche altro trabiccolo pericolante, e gli dico: “sta piovendo, desolata, devo scappare!” e aumentando il passo torno verso le scale. Mentre le salgo sento il sindaco che dice: “farete pubblicità, non è vero?” e io faccio cenno con la mano e continuo a salire i gradini. Arrivata in cima getto un ultimo sguardo al giardinetto: il vecchio sindaco è tornato immobile in un angolo a guardare per terra.

Inforco la bici e faccio per tornare verso casa. Passo dalla piazza. Inizia a piovere e le mamme inseguono i bambini per metter loro felpe e giubbini. Un bambino mi guarda, fa dei buffi gesti con le mani rivolti a me, sorride e scappa via. Forse in me ha visto una principessa o magari una streghetta: nella sua fantasia io non ero io, ero qualcos’altro e senza volerlo sono stata parte del teatrino che si era costruito nella sua mente. Da quel momento la mia inquietudine svanisce mentre, pedalando verso casa, penso che i bambini abbiano abbastanza immaginazione da poter giocare senza giochi, senza bisogno che i genitori comprino loro oggetti costosi, solo con la propria fantasia e che sappiano di certo mettere a frutto la domenica pomeriggio più di me e di molti altei adulti.

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