Quando ho aperto gli occhi questa mattina, ho avuto la sensazione di essere più pesante. Pesante. Come se avessi le braccia e le gambe fatte di acciaio, pesante, come se fossi stata tanto pesante da non potermi sollevare sui gomiti. Forse si trattava semplicemente di una pesantezza morale, di quel sentimento di malinconia che ti ricorda che manchi da casa da molto tempo, quella pesantezza che non ti fa alzare dal letto per andare a combinare qualcosa di buono. Mi sono girata e rigirata fra le lenzuola per qualche minuto con quella strana sensazione addosso, ma non riuscivo più a riprendere sonno. Quando ho finalmente trovato la voglia di alzarmi, sono andata in cucina, mi sono fatta un caffè e ho gironzolato per casa alla ricerca di una bilancia per pesarmi e verificare che si trattasse solo di una pesantezza non misurabile in chilogrammi.

La mia coinquilina mi dice che ce n’è una nella sua stanza e me la porta: mentre la guardo, penso che deve risalire all’epoca di Re Sole e, quando ci salgo, scopro di aver preso malauguratamente cinque chili dall’ultima volta che mi sono pesata. Oggi non ho nulla da fare, così decido di andare a perdere cinque chili facendo jogging al parco qua vicino. So bene di non poterli perdere tutti assieme ma sono convinta che al mio ritorno mi sentirò più leggera, per lo meno nel cuore. Indosso le scarpe da corsa, pantaloni e felpa pesante e in men che non si dica sto correndo con meno cinque gradi lungo Avenue de la Liberation.

Mentre corro, alzo la musica negli auricolari e cerco di dimenticare quello che mi gira nella testa da tutta la mattina: sento un po’ di malinconia per le cose e le persone che non vedo da tempo. Il mio cane nero, la mia famiglia, gli amici dell’università… Corro. Raggiungo il parco. Continuo a correre.

Mentre mi muovo, mi guardo la punta delle scarpe. Cerco di non guardare quanta strada manchi per raggiungere l’altro lato del parco. Provo a respirare regolarmente. Mi concentro sul suono delle mie scarpe. Alla fine, senza rendermene conto, faccio due giri completi del parco e inizio a sentirmi stanca. Il sudore imperla la mia fronte. Le cosce sono per metà congelate e per metà ribollono. Rallento. Cammino. Sento che le gambe iniziano a cedere. Ho bisogno di sedermi per cui mi guardo attorno alla ricerca di una panchina. A venti metri da me, c’è un piccolo porticato di pietra, in mezzo al parco. Al di sotto ci sono centinaia di piante diverse. Sono trascurate e crescono intrecciate fra loro. Mi fanno pensare alla giungla. Sembra un posticino poetico così scelgo con lo sguardo una panchina là sotto e mi avvio. Raggiunto il porticato guardo ogni dettaglio: le piccole foglie di fragole selvatiche al suolo, le piante rampicanti secche intorno alle colonne di pietra e i cespugli di bacche velenose in fondo al corridoio di piante. Raggiungo la mia panchina e mi siedo. Lo sguardo mi cade su una parete in fondo al portico. C’è una porta? Sì, è una porta… Ma dove condurrà una porta in mezzo al parco? Decido di scoprirlo.

Quando appoggio la mano sulla maniglia sento il gelo nel mio palmo. Dalle fessure della porta di legno vedo passare della luce. Con delicatezza tiro la maniglia e apro la porta. Davanti a me si apre un nuovo meraviglioso giardino: ci sono colline erbose, un sole splendente e dei bizzarri alberi carichi di frutti blu. Da lontano intravedo un cerbiatto passare veloce e poi una grossa lepre bianca passa proprio di fronte all’uscio. L’animale mi guarda, si avvicina a me ma non oltrepassa la porta. Annusa la punta delle mie scarpe da jogging, poi torna saltando in mezzo ai cespugli e scompare. Dei fiori gialli ondeggiano piano in cima ad una collina, e uno stormo di uccelli passa nel cielo cantando qualcosa di allegro. Ho la tentazione di entrare. Provo a muovere un passo ma non riesco perché c’è come una sorta di barriera invisibile che non me lo permette. Pare che io possa solo star fuori a guardare. In effetti non ci sono impronte umane sul terreno umidiccio al di là della porta. Evidentemente quello non è un posto per esseri umani. Richiudo la porta. Quella pesantezza che ho provato al mio risveglio, questa mattina, è scomparsa. Probabilmente sbirciare in quel meraviglioso giardino ha aperto dentro di me uno spiraglio di luce nuova. Mi allontano. Rimetto gli auricolari e riprendo a correre verso l’uscita del parco senza farmi altre domande. Quando mi volto per guardare il porticato, la porta non c’è più.

Non appena rientro a casa, la coinquilina mi chiede com’è andata la corsa e mi dice che ha scoperto che la bilancia è rotta, che dà sempre cinque chili in più. Dice di volerla aggiustare. Ci penso su ma non sono sicura sia il caso di farlo: fra qualche mese, arriveranno nuovi inquilini in questa casa, al posto nostro. Nuovi studenti viaggiatori. Forse anche loro si sveglieranno un mattino, appesantiti dalla nostalgia, forse anche loro avranno bisogno di dare un’occhiata al meraviglioso giardino segreto nascosto nel Parc de Blossac…  In fin dei conti sono contenta che la bilancia non funzioni, altrimenti non sarei mai uscita a correre. “Lascia stare la bilancia” dico alla mia coinquilina, “ti va un tè?”.