La mattinata è passata velocemente e sbrigate le commissioni dopo le lezioni, rientro in casa poco dopo l’ora di pranzo. Ho un’opera teatrale da leggere, ed alcuni documenti da compilare per questioni amministrative ma ciondolo da una stanza all’altra senza trovare la voglia di mettermi al lavoro. Mangio un panino al salame, riordino la scrivania, trovo un quaderno con disegni da colorare e cerco di distrarmi un po’ colorando una farfalla con dei pennarelli colorati. La giornata è incredibilmente fredda ed un vento folle impazza per le strade facendo sbattere porte e finestre dimenticate aperte ed intrufolandosi nelle fessure delle pareti raggelando persone, cose e animali.

Abbasso uno dei pennarelli e guardo l’ora: sono le cinque del pomeriggio. Il tempo è trascorso in fretta mentre coloravo. È davvero il caso di cominciare a studiare. Mi sdraio sul letto a pancia in giù, l’Antigone di Jean Anouilh aperto davanti a me, pronto per essere studiato. Non mi è mai piaciuto il teatro, penso tra me e me, quando all’improvviso sento un colpo sulla finestra. Non ci sono tende, la finestra è costituita da ampie vetrate. Le imposte si muovono al vento. Mi alzo, apro la finestra e vado a bloccarle. Quando metto la testa fuori, il vento mi spettina furiosamente. Torno dentro e cerco di concentrarmi sull’Antigone, quando un altro colpo alla finestra mi fa sobbalzare. Mi volto ma non vedo nulla. Attraverso i vetri si vede il cielo nuvoloso sopra alla città. Sdraiata sul letto, lo sguardo rivolto verso il mondo al di là dei vetri, vedo solo le punte di alcuni alberi, lanciarsi a destra e poi a sinistra in un dondolio costante. Si sente il rumore del vento fra i rami. Torno sul mio libro ma un terzo colpo mi fa voltare nuovamente di scatto verso la finestra. Questa volta c’è un uomo spiaccicato contro il mio vetro. È vestito in modo bizzarro con una mantella verde, pantaloni gialli e un maglione violaceo infeltrito. Ha un cilindro sulla testa che tiene stretto con una mano mentre con l’altra bussa alla mia finestra. Leggo il labiale e capisco che vuole entrare. Immagino che il poveretto sia piuttosto spaventato, eppure lo vedo sorridere gioioso come se nulla di insolito gli fosse accaduto. Velocemente mi alzo e lo faccio entrare spalancando la finestra. L’uomo cade come un sacco di patate sul parquet della mia stanza, e mentre io richiudo i vetri, lui si rialza e si toglie la polvere dai pantaloni. Con un’aria galante si leva il cappello e si inchina di fronte a me. “Chiedo scusa, signorina” dice in tono cordiale, “oggi tira proprio un ventaccio!”
“Lo credo bene,” rispondo, “l’ha fatta volar via dalla strada! Si sente bene?”
“Sì, no, non mi sono fatto niente, non si preoccupi. Di solito tengo sotto controllo la traiettoria, ma oggi, guardi, mi creda, il vento soffia come un matto e non si lascia proprio ascoltare!”.
Per un momento rimango in silenzio, incredula. Quell’uomo non è forse sorpreso di essere volato via col vento?
“Le spiace condurmi alla porta?” mi domanda senza ulteriori spiegazioni quell’uomo strano, “Dovrei rimettermi in cammino!”
“Nessun problema…” rispondo aprendo la porta della mia stanza e accompagnandolo giù dalle scale fino alla porta di casa. Prima di aprire l’uscio gli domando: “ma è davvero sicuro di stare bene?”
“Non si deve preoccupare, mi creda. sono abituato. Sa, viaggiare costa molto, così ho deciso di volar via col vento: lo ascolto, faccio un salto e poi hop, visito mille città!” risponde l’uomo con un sorriso. La cosa  deve sembrargli del tutto normale perché sembra stranito dalla mia espressione confusa.
“È mai stata a Parigi, signorina?” mi chiede. Quell’uomo deve essere completamente matto per cui decido di assecondarlo.
“Ancora no…ma mi piacerebbe” dico.
“Capisco… Oggi glielo sconsiglio, ma settimana prossima ci dovrebbe essere la corrente giusta. Vada in piazza faccia un salto e sarà lì in un attimo. Io sono diretto lì, magari avremo la fortuna di incontrarci di nuovo!”
L’uomo si toglie il cappello in segno di saluto. Esce dalla porta di casa. Sento ancora un forte fruscio fra gli alberi. Il viaggiatore del vento tende l’orecchio, poi, proprio davanti ai miei occhi, fa un salto e mi ritrovo a guardarlo mentre prende il volo portato via dal vento. Quando si trova ormai piuttosto in alto nel cielo, lo sento urlare: “è stata gentilissima signorina! Spero di vederla a Parigi!”.

Io richiudo la porta e salgo le scale lentamente, un po’ confusa, pensando che quando non è giornata di studiare se le inventano proprio tutte per distrarti.