Dopo una giornata trascorsa sui libri a studiare le gesta di Cesare e a districare complicate versioni di latino, mi sento profondamente stanca e decido di aver bisogno di una camminata per fumare una sigaretta e rilassarmi un po’. Intendo percorrere la passeggiata che costeggia il mare e andare a guardare le onde infrangersi sugli scogli appuntiti. Dopo cena, quando la luna ha ormai preso il posto del sole, esco di casa e inizio a camminare: la mente stanca e il corpo sveglio, mi avvio meccanicamente verso la meta che mi sono prefissata.

All’inizio del ponte estraggo una sigaretta dal pacchetto e l’accendo: una piccola nube azzurrata mi cinge, facendomi socchiudere gli occhi. Quando li riapro, lo vedo: una sagoma nera di un uomo che siede all’esterno della ringhiera. Le sue gambe ciondolano nel vuoto e il suo corpo é scosso da una lieve vibrazione, come un brivido di paura. Si alza di scatto, guarda giù e poi si risiede, immobile, solo lo stesso tremito di prima lo distingue dalle altre sagome scure del ponte. Nel cielo non ci sono stelle.

Un formicolio mi attraversa le mani e le braccia. Corro più che posso verso quell’uomo che presto si butterà di sotto, sugli scogli. Lo vedo sporgersi ancora, guardare verso di me e risedersi tremante sul parapetto. Lo raggiungo e mi fermo un istante dietro di lui per riprendere fiato. Faccio fatica a respirare per lo sforzo. Lui si volta improvvisamente e mi fissa negli occhi: è un ragazzo molto giovane, un viso dai lineamenti angelici e un collo esile come quello di un bambino. I suoi occhi luccicano nel buio e le sue mani stringono con forza la ringhiera. Le sue gambe tremano. Temo che se non faccio qualcosa in fretta, il mio intervento arriverà troppo tardi.
” Fermati!” urlò senza badare al tono di voce. “Non lo fare. Non serve a risolvere i problemi…” continuo, sentendo le parole rimbombarmi in gola a formare le frasi più banali e scontate che si possano dire in un’occasione simile. “Qualsiasi cosa sia successa, qualsiasi episodio che ci abbia messo in cattiva luce davanti al mondo intero, ogni cosa può essere superata o risolta. Sei cosi giovane… e molto carino” confesso arrossendo, “non farlo! La vita è piena di mesi di paranoie, momenti di rancore, giorni di dolore e di una quantità indefinibile di delusioni, ma il bello dell’essere ancora giovani  è che ci è concesso del tempo per cancellare e riscrivere la nostra storia. Hai studiato Leopardi?” domando cercando un momento per riprendere fiato. Mi fa cenno di sì, confuso. “Ecco, non credere ad una sola parola di quello che diceva; La vita non è solo sofferenza, la vita è un puzzle e le tessere non sono solo grigie. Quando siamo tristi, dove mettiamo quei bei momenti che abbiamo vissuto, quei giorni di gioie, quegli sguardi che vorremmo durassero all’infinito, quei bei pomeriggi di sole…dove mettiamo questi ricordi quando abbiamo il morale sotto le suole? Vuoi saperlo?” domando con la certezza di incuriosirlo. Lui mi guarda con gli occhi sgranati.
“Li celiamo” continuo senza attendere una sua risposta, “li celiamo perché quei brutti pensieri non sciupino i nostri momenti più belli, perché non li oscurino con quel loro sconforto, perché non li cancellino dalla nostra memoria… Ma ci basta lasciarli riemergere per stare di nuovo bene! Se c’è una cosa che ho imparato è che nella vita ci vuole pazienza. Aspetta. Aspetta che questo brutto pensiero che ti passa per la mente adesso sia passato e allora tutto ti sembrerà più leggero… Attendi pazientemente l’arrivo del nuovo giorno: il sole riscalda e illumina la mente. Le vedi quelle onde laggiù? Sì, è buio ma dovresti vederle…”
“Sì!” mi risponde come se di colpo avesse capito ciò che sto dicendo. Ride sotto i baffi.
“Quelle onde che raggiungono la sabbia della riva sono come il tempo sulla memoria: cancellano ciò che vi era prima, basta aspettare la prossima risacca…” Rimango in silenzio, decisa ad attendere la sua reazione. Ciò che ho detto dovrebbe essere sufficiente. Lo guardo.
I suoi occhi scintillano ridenti e lacrime di gioia iniziano a percorrermi le guance.
Il ragazzo si alza in piedi e barcollando un po’ scavalca la ringhiera e torna sul ponte. Si mette di fronte a me. Mi asciuga le lacrime col dorso delle sue mani, poi mi dà un bacio delicato sul naso. Ride.
“Grazie per queste tue belle parole” mi dice, “solo che… non mi sporgevo per buttarmi, ma per percepire meglio il profumo del mare! Il rumore delle onde che si infrangono sulle rocce mi incute un timore attraente e la superficie scura del mare dopo il tramonto mi ricorda che il mondo è buio solo per qualche ora…”
Rimango interdetta. Lui mi sorride, poi se ne va. Nel cielo sono comparse le stelle.

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  1. Manuela
    Set 04, 2015

    “Scogli che feriscono l’acqua…” é una personificazione suggestiva, sembra quasi di essere roccia scavata dal movimento delle onde…:-) M.

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