Solo il giorno prima, mi ero trasferita in una nuova città in Francia. Avevo passato una nottata tranquilla, benché mi trovassi in un nuovo letto e generalmente passavo delle nottataccie quando mi trovavo in un letto a me estraneo. Al mattino, piena di energia, mi sentivo come Robinson Crusoe quando capisce di doversi organizzare se vuol sopravvivere sull’isola su cui ha fatto naufragio. Nella mia testa stilai una lista delle cose che dovevo assolutamente fare, quelle che avevano la priorità e quelle secondarie, ma ben presto finii col farmi prendere dal panico perchè faticavo a comunicare e a trovare le strade sulla cartina. Alla fine mi trovai su di un bus che passava intorno alla città, imboccava ripide salite di asfalto, offriva strabilianti panorami delle abitazioni viste dall’alto, poi scendeva di nuovo e risaliva lungo stretti viottoli fra le case. Dopo due ore riuscii finalmente a trovare l’università e spalancate le porte mi trovai davanti un lungo corridoio. I pavimenti di marmo bianco, rivestivano stanze lunghe e luminose, le pareti erano ampie vetrate. La giornata benché freddissima, era soleggiata ed il corridoio era inondato dal sole e dai riflessi dell’erba nel giardino. Quando giunsi all’ufficio in cui avrei trovato il burocrata che si sarebbe occupato delle mie scartoffie, lo trovai chiuso: avrei dovuto aspettare un’ora prima che riaprisse, così mi comprai un muffin e un caffè e mi misi a leggere un libro che avevo nello zainetto, su di una delle panche del soleggiato corridoio. Quando smisi di leggere, gettai uno sguardo al mio orologio e mi accorsi che l’ufficio aveva ormai aperto da oltre un’ora. Chiusi il libro, e mi voltai per rimetterlo nello zainetto accanto a me, quando mi accorsi che a circa un paio di panchine da me, stava seduta una ragazza dal volto familiare. Era seduta, con il pc sulle gambe e ne osservai il profilo. Aveva il mio naso, le mie labbra. Le guance leggermente arrossate per il freddo, ma erano le mie, senza alcun dubbio. Sgranai gli occhi, senza staccare gli occhi dalla mia sosia. Pensai che mi sarebbe servita una scusa per avvicinarla, così, nel francese migliore in cui potessi esprimermi, le chiesi cortesemente che ore fossero. “Le quattro” mi rispose lei nella sua lingua, e la sua voce sembrava la mia, ma non in modo identico, piuttosto come quando in un video si sente la propria voce e non la si riconosce ma la si trova familiare. Poi sorrise e notai che come me aveva il labbro leporino. Senza parole, tornai a sedermi dove ero prima. Lei sembrava tanto sicura di sè e sembrava non essersi accorta di quanto ci somigliassimo eppure sentivo che mi stava ancora guardando di nascosto. Dopo qualche istante si voltò verso di me e mi disse: “scusa ma hai l’orologio, perché mi hai chiesto l’ora?”. Parlava un francese impeccabile. Ancora un po’ stordita, non seppi bene cosa rispondere, poi lei aggiunse: “se devi andare all’ufficio, devi sbrigarti, se attendi finirai per trovarlo ancora chiuso”. Le sorrisi amabilmente, dissi un “grazie” a bassa voce in francese e poi mi allontanai. Mentre passavo oltre per raggiungere l’ufficio, vidi che aveva un ombrello a quadri rossi e blu, con un’etichetta ancora attaccata al manico. Mi parve dicesse sottovoce: “il bus numero 3” ma sinceramente non ne ero sicura così feci finta di nulla. Tirai dritto verso l’ufficio e quando uscii, lei non c’era più.

Il giorno successivo mi trovai a dover andare in banca per un altra questione burocratica. La mia coinquilina non mi aveva dato informazioni molto precise così alla fermata dei pullman andai nel panico, vedendo che la maggior parte dei bus della città fermava lì. Lessi la lista e cercai di seguire le linee dei vari bus sulla cartina. Poi non so perché, mi venne in mente la ragazza dell’università. Il numero 3, pensai. Seguii la linea e vidi che era quello che mi serviva.

Passarono dei mesi da allora. Esattamente dodici. Avevo un appuntamento con un’amica in università quel giorno ed al mattino il cielo era coperto di nuvoloni che presagivano una bella nevicata. Mi ero perfettamente acclimatata alla nuova casa e alla nuova vita ma non mi ero mai preparata a neve e pioggia perchè tendevo a non uscire quando c’era brutto tempo. Quel mattino tuttavia non potevo rimandare il mio impegno così passai in un negozietto ed acquistai un ombrellino a quadri. Arrivai nel corridoio dell’università e mi sedetti. Dalle vetrate entrava una luce incredibile, i nuvoloni si erano spostati altrove ed alla fine il cielo aveva deciso di non nevicare. Accesi il pc ed iniziai a sbrigare alcune cose online in attesa della mia amica. Dopo qualche minuto, una ragazza seduta ad un paio di panchine da me, mi chiese, con uno strano sguardo: “che ore sono?”, ed aveva un orologio al polso ed era uguale a me.
Capii che il tempo permette di abituarsi ad ogni cosa ed è un grande insegnante. Capii che siamo l’unico aiuto di noi stessi e che la paura delle novità è solo una fase di passaggio e vidi nello sguardo di quella ragazza, le mie ansie per il trasloco che per lei era avvenuto da poco e che in me erano svanite da tempo.
Mentre si allontanava per raggiungere l’ufficio, mi ricordai del panico che si prova quando si è spaesati e sottovoce le dissi “il bus numero 3”.

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