Come sembra difficile trovare le parole per descrivere quello che sento, ora, qui, seduta sul sedile di un pullman che mi riporta a casa, mentre il tramonto splende veloce fra un albero e l’altro oltre i finestrini accanto a me. Torno a casa. Casa: una parola che suona strana e amara ora, come se sentissi di appartenere a più di un luogo ed allo stesso tempo a nessuno. Sono passati cinque mesi.

Un’amica mi chiede se non avrei preferito fare un volo in aereo per rientrare in Italia, piuttosto che fare un viaggio in pullman di oltre quattordici ore, ma a costo di sembrare ingenua, le rispondo sinceramente che con il pullman è meglio. Spostarsi dopo tanto tempo da una nazione ad un’altra, con la rapidità di un volo, non mi avrebbe dato il tempo di acclimatarmi al nuovo, vecchio ambiente. Mi viene in mente mia madre quando acquistava dei nuovi pesci per il nostro acquario. Quando tornava a casa seguiva sempre con cura le istruzioni della proprietaria del negozio di animali: prendi la busta con dentro il pesce, immergila nell’acqua dell’acquario, apri leggermente il sacchetto e lascia che il pesce si abitui alla temperatura dell’acqua ed esca da solo dal sacchetto, quando si sente pronto. Sto seduta sul mio sedile, e in realtà sono nel sacchetto trasparente. Il pullman viaggia verso la sua meta, come se qualcuno stesse muovendo un po’ il sacchetto per spingermi a uscire, ma io non sono pronta e aspetto. D’altronde come si può essere pronti? Non ero preparata a questo, nonostante cercassi di ingannare me stessa. Dietro di me sto lasciando mesi di amicizie, sforzi, soddisfazioni, sacrifici, novità e indipendenza, e anche se non tutto è andato esattamente come l’avevo previsto, sento di essere una nuova versione di me, una me due-punto-zero, più saggia, più completa.

Il tramonto sembra allontanarsi da me, oltre i finestrini. Il cielo passa dall’oro all’arancione, poi si fa rosso in alcuni punti e si nasconde dietro alle nuvole blu. Ricomincio a pensare, ho l’impressione che lo stomaco si stia annodando intorno a se stesso. Cosa sto lasciando dietro di me? Perché partire fa così male?
Ripenso al mio nuovo amico di Taiwan che studia pasticceria che mi dice che per salutarmi mi ha preparato una sua versione del tiramisù, il mio amico del Vietnam che suona la chitarra, mentre due ragazze spagnole, sorridenti, future, meravigliose infermiere intonano le parole di quel brano conosciuto ed un’amica francese attacca subito dopo a suonare una canzone con un bicchiere di plastica, e le lacrime mi salgono agli occhi quando sento le parole e scopro che è una canzone di addio. Tutti restano in silenzio, e poi gli abbracci, prima di partire, sono così stretti che cingono l’anima. E quante parole non dette sfiorano le nostre orecchie sorde, quante promesse gironzolano nelle nostre teste e sulle nostre labbra giovani. Sì, giovani, perché quello che ci é stata data qui, è stata la possibilità di vivere la nostra età con spensieratezza, liberi dalle stupidaggini e dalle preoccupazioni. Liberi di sognare e condividere senza secondi fini.
Penso che è davvero difficile non ripensare a tutto questo senza che un nodo doloroso mi si formi in gola. Pensarci e lasciare andare: come fa male anche fisicamente.

Respiro a fondo, espiro dalla bocca, mi rilasso sul sedile e chiudo gli occhi. Stringo i denti. Sono stata cosí fortunata a vivere un’esperienza del genere, non è da tutti trovare persone cosí sincere, non é da tutti trovare il coraggio di partire, né quello di ritornare. La mia valigia è più piena, ma anche la testa ed il cuore sono più pesanti dopo mesi in un nuovo paese in cui ci è riscoperti e si è scoperto il resto del mondo attraverso le parole di chi ci abita. Sì, ho avuto fortuna, l’esperienza che ho fatto mi ha cambiata per sempre, e cambiare è positivo. Ho più amici di quando sono partita, adesso, e anche questo é positivo. Fra me e me, mi dico che farò il giro del mondo per rincontrarli tutti e che lo farò con una gioia immensa nel cuore, pronta ad essere allieva ed alunna, fuoco d’artificio e spettatore. Apro gli occhi ora e respiro ancora a fondo. Il peggio é passato. È finita. “Sto tornando a casa” , bisbiglio a me stessa. Mentre pronuncio queste parole mi rendo conto che anche il mio concetto di “casa” ora, dopo questo viaggio, dopo tutte queste nuove esperienze, queste nuove consapevolezze, è cambiato per sempre. E solo ora mi accorgo che fuori dai vetri é calata la sera.

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