1. Una casa sinistra

di Charlie Foo |

Durante un’estate molto afosa di qualche anno fa, io e la mia famiglia decidemmo di prendere in affitto una casetta nel Sud del paese. Mio marito trovò soltanto un appartamentino al pianterreno, umile ma spazioso, adatto ad una famigliola di quattro persone come la nostra così lo affittammo per una settimana.

Arrivammo alle cinque del mattino, dopo un lungo viaggio in auto, e trovammo la proprietaria che ci aspettava sul marciapiede di fronte alla porta d’ingresso dell’appartamento. Aveva un viso rotondo, un corpo grassoccio e accaldato e lunghi capelli neri raccolti in una treccia massiccia e ispida. Ci fece fare un rapido giro per la casa: era un appartamento enorme, aveva due grandi stanze da letto matrimoniali, una cucina molto vecchia ma spaziosa, una stanza intera per la dispensa, un salotto con ampi divani malconci e infeltriti e una lunga vetrata che si affacciava su un piccolo giardino interno dove oscillavano piano alcuni alberi da frutto: fra questi mi colpì un albero di limoni il cui tronco si ripiegava su se stesso innumerevoli volte formando mille nodi di legno. Un lungo corridoio tappezzato di quadri dalle cornici antiche e ovali attraversava la casa. La proprietaria ci mostrò tutte le stanze tranne una. Una porta chiusa a chiave, infatti, si affacciava sul corridoio. Era di legno massiccio e scuro. Domandai alla proprietaria cosa ci fosse lì dentro. “Vecchi mobili” mi rispose brevemente, “e comunque è bloccata e non ho la chiave, non si può aprire” continuò con tono burbero, “e poi guardi le mie tasche e guardi quella serratura: la chiave deve essere enorme e le mie tasche non potrebbero contenere una chiave di quelle dimensioni, io non dico bugie” concluse. Rimasi un po’ sorpresa da quella risposta ma non feci altre domande. La proprietaria ci diede le chiavi dell’appartamento senza altri convenevoli, poi se ne andò lasciandoci soli nell’androne.

I miei due figli, Sarah e Thomas, andarono subito a dormire. Io e mio marito mettemmo in ordine velocemente le nostre valigie e poi andammo a coricarci a nostra volta. Feci fatica a prendere sonno. Nella penombra la casa mi parve spaventosa e mi domandai se avrei davvero avuto piacere a trascorrere un’intera settimana in quel posto che mi dava i brividi.

Quando ci svegliammo era giorno inoltrato. La casa era completamente illuminata, il sole allagava i pavimenti color sabbia decorati con motivi floreali di ceramica e dalle finestre aperte entrava una piacevole brezza che diede un nuovo aspetto alla casa. Preparammo il pranzo al sacco da portare in spiaggia e tutto l’occorrente per far giocare i bambini al mare, ma prima di uscire inizió a tirare un vento feroce che ci costrinse a cambiare i nostri piani. Rientrammo in casa ma i bambini parvero delusi così io e mio marito decidemmo di stendere i teli da mare sul pavimento della sala e di consumare il pranzo al sacco per terra, fingendo di essere al mare. Qualche volta per scherzare fingevo che ci fosse della sabbia nel mio panino e i bambini ridevano. Nel pomeriggio tutti andarono a fare una pennichella. Anche io mi sdraiai sul letto di una delle due stanze matrimoniali, ma non riuscii a prendere sonno. Il vento ululava fuori dalla finestra e faceva sbattere in lontananza porte e finestre lasciate aperte per le strade e nelle case vicine.

Mi alzai per guardare la bufera fuori dai vetri. Per le strade correvano veloci solo fazzoletti sporchi e bicchieri di plastica e per un momento ebbi l’inquietante sensazione che non ci fossero altri abitanti in quel paesino, ma non poteva essere. Nel cielo si accumulavano nuvole grigie e blu scuro cariche di pioggia e capii che per quel giorno certamente non saremmo andati al mare. Attraversai il corridoio per andare in cucina a bere un bicchiere d’acqua e il mio sguardo si soffermò sui quadri appesi lungo le pareti. Ce n’erano alcuni che rappresentavano dei paesaggi ma tre erano diversi, racchiusi in cornici bronzee e ovali. Sul primo era rappresentato un bambino dai riccioli dorati e l’aria serena. Indossava un giacchetto rosso e un pantalone giallo. Stringeva fra le braccia un cucciolo di barboncino e sullo sfondo c’erano alcuni alberi da frutto. Nel secondo quadro c’era una giovane pastorella. Era vestita di bianco, con alcuni nastri rosa che le cingevano la vita e ornavano il vestito. Stava in piedi e sorrideva, tenendosi con una mano il cappello ricamato che portava in testa, anch’esso adornato con una fascia rosa. Nel terzo quadro c’era una coppia. Sembravano marito e moglie. Erano vestiti di nero, sembravano in lutto. L’uomo poggiava la mano sulla spalla della donna. Entrambi avevano un’aria seria e fissavano l’osservatore con atteggiamento grave. La donna stava dritta e composta mentre l’uomo sembrava proteso per avvicinarsi il più possibile alla donna.

In quel momento un tuono interruppe il gocciolio per le strade. Andai velocemente a bere l’acqua in cucina, poi tornai nella mia stanza. Attraversai il corridoio a passo veloce e mi tornò in mente quando da bambina sgambettavo rapida nel buio o accendevo le luci nel corridoio di casa mia intimorita da quello che poteva nascondersi nell’oscurità. Mi accoccolai vicino a mio marito e chiusi gli occhi. Fuori continuava a piovere e non smise fino a sera. Mi svegliai di soprassalto verso l’ora di cena sentendo mia figlia urlare. Corsi in camera sua e la trovai in piedi che fissava con orrore il suo cuscino. Mio marito mi raggiunse e insieme ci accorgemmo che quello che aveva spaventato mia figlia Sarah non era altro che un grosso ragno calato dal soffitto sul suo cuscino. Abbracciai mia figlia, forse con foga eccessiva. D’altra parte non era che un ragno ma il mio animo era inquieto ed ebbi l’impressione di essere fin troppo impressionabile. Quella sera cenammo in casa con allegria. Il riposo aveva giovato a tutti, ma non a me che durante il sonno avevo fatto una serie di incubi sui personaggi dei quadri del corridoio. Dopo cena giocammo a carte perché nessuno era stanco e solo a notte inoltrata andammo a dormire. Prima di chiudere gli occhi, sentii mio marito domandarsi: “chissá com’è fatta la stanza dietro la porta chiusa” e poi si addormentò, lasciandomi a rimuginare con terrore su quel pensiero.

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Charlie Foo

Charlie Foo

Autrice di "Seasons", Charlie è un'inguaribile viaggiatrice, sognatrice e femminista. Si ispira alla realtà per i suoi imprevedibili racconti.